I giorni dei lunghi coltelli. Dopo il risultato delle amministrative di domenica, Forza Italia è costretta a rivedere il suo futuro. E a capire cosa fare del presente. Cresce all’interno del partito la fronda di chi vuole staccarsi dal patto del Nazareno. Un accordo sulle regole del gioco che l’elettorato ha percepito più come rinuncia alla lotta politica. Ma staccarsi dall’abbraccio con Matteo Renzi non è l’unico problema dello schieramento di Silvio Berlusconi.
Tor Sapienza, il blitz di Borghezio si ferma al bar: colazione e comizio
Quinta giornata di tensioni a Tor Sapienza. Un gruppo di migranti minorenni che era stato trasferito per motivi di sicurezza dal centro di accoglienza di viale Morandi, è tornato a piedi nella struttura: “Questa è la nostra famiglia”, hanno commentato. I ragazzi sono stati portati via di nuovo. Nella periferia dove è esplosa la rivolta dei residenti contro gli immigrati (“Il sindaco Marino venga qui a vedere come stiamo”, gridano i cittadini, accontentati nel tardo pomeriggio), l’europarlamentare leghista Mario Borghezio, in mattinata, ha evitato viale Morandi: ha preferito incontrare gli abitanti della zona (pochi) e i giornalisti (tanti) in un bar mentre sorseggiava un cappuccino. “Potrei candidarmi come sindaco del Municipio”, ha annunciato in maniera provocatoria.
Leopolda di lotta e di governo, fra proteste e applausi
Fuori la lotta, dentro il governo. La Leopolda 2014, la prima da quando Matteo Renzi siede a Palazzo Chigi, vista da due posizioni opposte.
Fuori dai cancelli la protesta degli operai delle acciaierie di Terni, minacciati dagli imminenti licenziamenti decisi dai nuovi proprietari tedeschi della ThyssenKrupp. Dentro, la celebrazione del primo semestre di governo dell’esecutivo Renzi, fra tavoli di discussione e brevi interventi dal palco.
Fra commenti entusiasti dei partecipanti e la disperazione dei lavoratori di Meridiana, la vertenza più grande in Italia. Oltre 1600 gli esuberi previsti dalla compagnia aerea, nessuna risposta certa da parte del governo.
Un’edizione che ha scatenato molte polemiche, anche a causa dell’affollata contromanifestazione dei sindacati a Roma. Un milione di persone a protestare contro Matteo Renzi e il suo esecutivo, contro l’abolizione dell’articolo 18 e il Jobs act.
Il racconto di un weekend che ha di fatto suggellato la divisione fra le due anime della sinistra.
Michael, il jihadista canadese che fumava l’erba
Il jihadista “cattivo” si chiamava Michael. Un nome occidentale per l’uomo che ha aperto il fuoco contro chi riteneva responsabile degli attacchi al suo mondo, quello islamico.Michael era nato a 32 anni fa nel Quebec, in Canada. Una terra di continui rigurgiti separatisti, francofona, ma mai vista come un covo di terroristi islamici votati al martirio.
Sul suo cognome aleggia il mistero. Fonti americane lo hanno identificato in un primo momento come Michael Joseph Hall, canadese, convertito una decina di anni fa all’islam, col nuovo nome Michael Zehaf-Bibeau. In realtà non sembra che sia così.
L’attentatore si chiama Zehaf-Bibeau da sempre. C’è traccia di lui nel casellario giudiziario canadese già dal 2001. Colpa di una banale denuncia per guida in stato d’ebbrezza e di un tentativo di falsificare una carta di credito.
La signorina Gambacorta, “troppo bassa per la Finanza”
Storia della signorina Gambacorta, esclusa da un concorso perché ritenuta troppo bassa. Potrebbe sembrarvi l’inizio di un racconto di fantasia, ma succede anche questo nell’Italia di oggi. Tutto comincia in un paesino siciliano a due passi da Catania. Concetta Gambacorta, 24 anni, di Fiumefreddo, decide di partecipare al concorso per diventare allievo maresciallo della Guardia di Finanza. Si è preparata bene. Laureanda in Economia, più che subire il fascino della divisa, cerca un posto sicuro. È una degli oltre duemila giovani iscritti al concorso. I posti a disposizione sono 297. Ce la fa uno su sette.
Concetta supera brillantemente gli scritti. Affronta i test psico-fisici con la sicurezza di chi sa che manca poco al traguardo. Sogna i gradi ma non ha fatto i conti coi centimetri. Ne sono richiesti 161 per entrare nel corpo militare. Ma il corpo di Concetta si ferma a 159. Gliene mancano due. È la legge, dicono. Ha sbagliato chi legge l’antropometro, dice la giovane siciliana.
Cornamuse e pub, scozzesi a Roma nel giorno del referendum

Alla fine la Scozia ha detto no. No all’indipendenza dal Regno Unito, no all’idea di staccarsi da quella Londra un po’ mamma, un po’ matrigna con cui cammina sotto braccio da più di 300 anni.
Una risposta netta a una domanda che ha diviso le coscienze di un popolo tanto orgoglioso quanto razionale, tanto accogliente quanto scettico sui grandi cambiamenti.
Anche a Roma, lontano dal fiume Tweed e dal lago di Loch Ness, il dilemma è stato vissuto con grande partecipazione da chi porta nel cuore i destini della patria di Braveheart.
Abbiamo sentito suonatori di cornamuse, reverendi, gestori e avventori di pub e docenti universitari. Scozzesi trapiantati a Roma e romani legati profondamente alle Highlands.
Visioni diverse, speranze tradite per alcuni, esaudite per altri. Il racconto di un giorno speciale che nessuno di loro potrà dimenticare.
Luigi Petroselli, sindaco che amava le periferie
Sigaretta pendula fra le labbra e un ciuffo tipico di chi non ha troppo tempo da spendere davanti a uno specchio. Luigi Petroselli somigliava più a un allibratore che a un politico di successo.
In testa, oltre all’inseparabile coppola,aveva il sogno di fare di Roma la città dell’uguaglianza. I suoi abiti non erano quelli dell’uomo di potere. Era nato a Viterbo nel 1932 da una famiglia operaia e comunista. La vanità gli era sempre sfilata accanto senza toccarlo. A Luigi non interessavano né vestiti firmati, né dimore lussuose.Aveva una naturale vocazione verso il prossimo, uno spirito di solidarietà che in gioventù lo aveva perfino portato in seminario. Il suo destino era prendere i voti, ma quest’espressione assunse per lui un significato diverso nel corso della vita.
Petroselli non diventò prete. Scelse di abbracciare l’altra grande “chiesa” dell’Italia del dopoguerra. Fu un comunista sincero, militante ma sempre critico verso distorsioni e abusi di potere del suo schieramento. Anticipò il Pci nella condanna ai fatti di Budapest del ’56. Fece lo stesso una dozzina di anni dopo, quando i blindati sovietici stroncarono nel sangue la primavera di Praga. Fu eurocomunista ancora prima di Enrico Berlinguer, di cui fu successore, all’inizio degli anni ’70, alla guida del partito a Roma.
In ricordo di Ratzenberger, il milite ignoto della Formula 1
C’era il sole quel sabato a Imola. Era il 30 aprile del 1994. C’erano i sorrisi, le bandane in testa, le magliette attorcigliate alla vita. E i vessilli. Un mare di bandiere rosse che in quell’angolo di Emilia significano tradizione, non rivoluzione.
La storia di Balal e di una madre. Di un altro Islam e del perdono.
“Errare è umano, perdonare è divino“, scriveva il poeta britannico Alexander Pope nel 18°secolo. Facile a dirsi, titanico da fare quando si deve perdonare un uomo che ha accoltellato a morte tuo figlio. Samereh Alinejad, madre di Abdollah, morto sette anni fa a 17 anni in una rissa, forse non conosce la poesia di Pope. Ma il suo perdono, specie in una settimana come questa, assomiglia a un gesto ultraterreno.
Una vicenda che inizia nel 2007 a Royan, una piccola cittadina del nord dell’Iran, nella regione del Mazandaran sul mar Caspio. Abdollah si aggira per un bazar. All’improvviso viene urtato da un ragazzo. Si chiama Balal. Ha 19 anni. Ne nasce una discussione. Poi una rissa. Balal tira fuori un coltello da cucina e uccide il giovane iraniano con un fendente brusco e goffo. L’omicida fugge ma poco dopo viene catturato dalla polizia locale. La giustizia ci mette sei anni per emettere la sentenza: condanna a morte.
La famiglia della vittima, che ha già dovuto piangere la morte del fratello di Abdollah, Amirhoskin, morto a undici anni per un incidente in moto, non affretta i tempi. L’esecuzione viene rimandata per cavilli burocratici. Intanto nel Paese che ha registrato nel solo 2013 ben 778 pene capitali (secondo al mondo dopo la Cina), l’opinione pubblica invoca il perdono di Balal. Un noto giornalista sportivo, Adel Ferdosipur prega pubblicamente, nella sua popolare trasmissione, i genitori di Abdollah di fare qualcosa per evitare un’altra morte in piazza. Appelli che sembrano cadere nel vuoto. [Read more…]
20 anni fa moriva Kurt Cobain, martire di se stesso

“Meglio bruciare che spegnersi lentamente”. Le ultime parole, prima di spararsi un colpo di fucile in faccia, Kurt Cobainle prese in prestito da una canzone di Neil Young. In quel biglietto, appoggiato accanto al suo corpo esanime, tutta la sua voglia di liberarsi. Di fuggire, di raggiungere col corpo una mente che si era già spinta oltre i limiti terreni.
Lo trovarono morto l’8 aprile del 1994. Si era ucciso tre giorni prima, nella sua casa di Lake Washington, a un soffio da quella Seattle che gli aveva fornito droghe, successo e immortalità. Era solo, come non riusciva più a essere da tanto tempo. Chi lo trovò, disse che gli sembrava solo addormentato. Lì, disteso sul pavimento, coi capelli biondi a coprire il viso di un angelo che aveva presto smarrito l’innocenza, Kurt aveva deciso che doveva farla finita.
Se lo era chiesto già tante volte. Per esempio a Roma, nell’89, subito dopo l’uscita di Bleach, l’album che aveva portato i Nirvana alla ribalta mondiale. Quella sera suonavano al Piper. Il pubblico in visibilio, la paura di diventare un fenomeno commerciale, la voglia di restare se stesso. Era scioccato. Voleva sciogliere il gruppo e tornare alla sua vita. Costantemente attraversata da una patina di morte. Una sensazione amplificata dal suo luogo di nascita, Aberdeen, nel profondo e cupo Northwest americano, fra boschi tetri e fabbriche alienanti.
Non si sciolsero quella sera i Nirvana. L’aria decadente di Kurt, le sue camicie di flanella a scacchi, i jeans strappati, divennero presto i simboli di una generazione che rifiutava il sistema. Senza attaccarlo, ma chiedendo solo di poterne restare ai margini. Magari sotto un ponte, come il luogo che Kurt elesse sua dimora negli anni in cui Aberdeen era diventato un hangar troppo soffocante per la sua creatività. Nel ’91 esce Nevermind, l’album della consacrazione. 75 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Tutti lo vogliono, troppi si arricchiscono grazie alla sua musica. Lui odia tutti. E si rifugia nella droga, insieme a Courtney Love, cantante delle Hole, sua discussa compagna fino alla morte.
Courtney dà alla luce una bambina. La chiamano Francis Bean. “Bean”, perché Kurt quando la vede per la prima volta, ancora nella pancia della madre, la scambia per un fagiolo. Equivoci da ecografie o da allucinazioni. Kurt e Courtney si amano. Poi si odiano. Ma restano insieme. Lo fanno violentemente, fuori dagli schemi, sopra le righe. E fra troppe righe. Il leader dei Nirvana, all’inizio degli anni ’90 è un fenomeno mondiale: un eroe da emulare o un eroinomane da riaggiustare.
Kurt non ne vuole sapere di ripulirsi. Ciò che gli fa male, lo fa stare bene. Ciò che lo uccide, è il rischio di diventare un’icona pop. L’ultimo album dei Nirvana, In Utero, è il suo disperato grido contro il successo. Sonorità diverse, affiorate dopo un ritiro della band fra le montagne del Minnesota. Testi rudi, sofferenti. Grunge, in una parola. Come la Seattle che lo aveva abbracciato fin troppo stretto. La sua voce roca e vellutata come un maledetto arcobaleno dopo un temporale infinito.
Qualcuno pensa che sia tornato il sole. Ma si sbaglia. Marzo 1994. Stanza 514 dell’Hotel Excelsior a Roma, in via Veneto. Vacanze romane, con Courtney e Francis Bean. Kurt brinda alla ricerca della serenità. Solo che allo champagne unisce il Roipnol, un sonnifero potente. Si addormenta. Per tante ore. Lo salvano. Ha provato ad andare nell’altro mondo, ma lo hanno fermato a metà viaggio. Lo stile è da rockstar, la fragilità è quella del bambino che a sette anni visse, senza accettare, il divorzio dei genitori.

Un destino rinviato solo per poche settimane. Fino al colpo decisivo, il 5 aprile. “It’s better to burn out that to fade away”, lo abbiamo detto all’inizio. Rimase soltanto la sua cenere. Una parte restò a Courtney. Una parte è conservata in un tempio buddista, a Ithaca, stato di New York. Come Ulisse alla fine del suo viaggio. Ma un po’ delle sue ceneri finirono anche nel fiume Wishkah, vicino alla sua Aberdeen. Lungo le sue rive, Kurt aveva vissuto una parte della sua gioventù. Drogandosi e scrivendo, urlando il dolore o inglobandolo.
È la storia di uomo che ha vissuto morendo. Alimentandosi di un dolore lacerante, troppo facilmente etichettato come “tossico”. Forse non è giusto né piangerlo, né rimpiangerlo. Non avrebbe mai accettato di invecchiare, né di essere compatito. Lui era Kurt Cobain e per chi è cresciuto sussurrando o urlando al cielo le sue parole, lo resterà sempre.




