Luigi Petroselli, sindaco che amava le periferie

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Luigi Petroselli

Sigaretta pendula fra le labbra e un ciuffo tipico di chi non ha troppo tempo da spendere davanti a uno specchio. Luigi Petroselli somigliava più a un allibratore che a un politico di successo.

In testa, oltre all’inseparabile coppola,aveva il sogno di fare di Roma la città dell’uguaglianza. I suoi abiti non erano quelli dell’uomo di potere. Era nato a Viterbo nel 1932 da una famiglia operaia e comunista. La vanità gli era sempre sfilata accanto senza toccarlo. A Luigi non interessavano né vestiti firmati, né dimore lussuose.Aveva una naturale vocazione verso il prossimo, uno spirito di solidarietà che in gioventù lo aveva perfino portato in seminario. Il suo destino era prendere i voti, ma quest’espressione assunse per lui un significato diverso nel corso della vita.

Petroselli non diventò prete. Scelse di abbracciare l’altra grande “chiesa” dell’Italia del dopoguerra. Fu un comunista sincero, militante ma sempre critico verso distorsioni e abusi di potere del suo schieramento. Anticipò il Pci nella condanna ai fatti di Budapest del ’56. Fece lo stesso una dozzina di anni dopo, quando i blindati sovietici stroncarono nel sangue la primavera di Praga. Fu eurocomunista ancora prima di Enrico Berlinguer, di cui fu successore, all’inizio degli anni ’70, alla guida del partito a Roma.

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