La storia di Balal e di una madre. Di un altro Islam e del perdono.

Balal a un passo dalla morte

Balal a un passo dalla morte

“Errare è umano, perdonare è divino“, scriveva il poeta britannico Alexander Pope nel 18°secolo. Facile a dirsi, titanico da fare quando si deve perdonare un uomo che ha accoltellato a morte tuo figlio. Samereh Alinejad, madre di Abdollah, morto sette anni fa a 17 anni in una rissa, forse non conosce la poesia di Pope. Ma il suo perdono, specie in una settimana come questa, assomiglia a un gesto ultraterreno.

Una vicenda che inizia nel 2007 a Royan, una piccola cittadina del nord dell’Iran, nella regione del Mazandaran sul mar Caspio. Abdollah si aggira per un bazar. All’improvviso viene urtato da un ragazzo. Si chiama Balal. Ha 19 anni. Ne nasce una discussione. Poi una rissa. Balal tira fuori un coltello da cucina e uccide il giovane iraniano con un fendente brusco e goffo. L’omicida fugge ma poco dopo viene catturato dalla polizia locale. La giustizia ci mette sei anni per emettere la sentenza: condanna a morte.

La famiglia della vittima, che ha già dovuto piangere la morte del fratello di Abdollah, Amirhoskin, morto a undici anni per un incidente in moto, non affretta i tempi. L’esecuzione viene rimandata per cavilli burocratici. Intanto nel Paese che ha registrato nel solo 2013 ben 778 pene capitali (secondo al mondo dopo la Cina), l’opinione pubblica invoca il perdono di Balal. Un noto giornalista sportivo, Adel Ferdosipur prega pubblicamente, nella sua popolare trasmissione, i genitori di Abdollah di fare qualcosa per evitare un’altra morte in piazza. Appelli che sembrano cadere nel vuoto.

Mercoledì 16 aprile è la data fissata per l’esecuzione. Una folla si assiepa vicino alcarcere di Nour, teatro dell’imminente impiccagione. Il luogo del delitto è a sette chilometri da lì. Sette anni dopo. Balal percorre bendato i suoi ultimi metri verso il patibolo. Piange e urla. Sua madre è seduta, travolta dalla disperazione, accanto a una balaustra. Le guardie stringono il cappio attorno al collo dell’omicida.

Lo schiaffo liberatorio

Lo schiaffo liberatorio

È tutto pronto, ma all’improvviso la madre di Abdollah si avvicina a Balal. La legge islamica, il qisas, una sorta di legge del taglione, gliene dà il diritto. Solo lei può fermare il boia. Guarda in faccia l’uomo che ha ucciso suo figlio e lo schiaffeggia. Poi allenta il nodo. Con lei piangono anche i boia, che smontano il palchetto. Balal viene riportato in cella. Vivo. Samereh prende il microfono e dice che tre giorni prima suo figlio le era apparso in sogno chiedendole di non vendicarsi. Ora piangono tutti. Anche la madre del carnefice di suo figlio.

Si abbracciano. I genitori di Abdollah lasciano il luogo della non vendetta e si dirigono sulla tomba dei loro figli. Si aggrappano alla bara. Dalla lapide Amirhoskin e Abdollah li guardano. Sembrano sereni. “Quando l’ho sognato, Abdollah era in un posto meraviglioso e sorrideva. Diceva che voleva solo la pace”, ha raccontato sua madre. Meriterebbe il Nobel. Ma a lei interessa solo aver fatto contento il figlio per l’ultima volta.

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