5 minuti con Stefano Esposito, l’uomo del supercanguro

esposito3Stefano Esposito, piemontese di Moncalieri, è un politico a cui è sempre piaciuta la velocità. Fino a due giorni fa era noto per essere il principale nemico dei manifestanti No Tav. La sua posizione fortemente favorevole alla linea ferroviaria gli aveva alienato i consensi del popolo della Val di Susa.

Dal 21 gennaio, l’alta velocità per Esposito ha assunto un nuovo significato. Non un treno che viaggia a 300 chilometri orari, bensì un maxiemendamento che in un sol colpo cancella 35mila emendamenti nella discussione per la legge elettorale.

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Antonio Segni, l’agricoltore sardo voluto dal Vaticano

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Antonio Segni, Presidente dal 1962 al 1964

Il 1962 è un anno cruciale per la politica italiana. La Dc, dopo vari tentativi andati a vuoto, si appresta a varare il primo governo di centrosinistra. Aldo Moro e Fanfani dettano la linea. Ma c’è scetticismo. Sono in tanti a temere che l’accordo coi socialisti possa rivelarsi un cavallo di Troia per i comunisti.

È in questo clima, fra sospetti e veti incrociati, che si tengono in primavera le quarte elezioni presidenziali. E in quest’occasione, la Chiesa vuole dire la sua. Il Vaticano preme per far sedere al Quirinale un candidato ostile al progetto di Moro e Fanfani. Il cardinale Montini, segretario di Stato nonché futuro Paolo VI, orienta i dirigenti della balena bianca su un nome preciso.

Un sardo: Antonio Segni, giurista di Sassari, esponente di punta della corrente dorotea. Per eleggerlo, ci vogliono nove scrutini, ma per la prima e unica volta nella storia delle Presidenziali, la Dc riesce a portare al Colle il suo candidato ufficiale. Un suo giovane collaboratore, al momento della proclamazione, l’11 maggio, sviene nei corridoi di Montecitorio per l’emozione. Non immagina certo che un paio di decenni dopo, sentirà lo stesso annuncio col suo nome. Il ragazzo svenuto si chiama Francesco Cossiga, è nipote di Segni e le parole che non riesce a dire in quel momento, le restituirà con gli interessi un ventennio dopo.

 

 

Segni è un agricoltore da generazioni. È un proprietario terriero, ma si batte per una riforma che garantisca una migliore ripartizione delle terre. Ama la Sardegna in modo viscerale. E ogni weekend torna nella sua regione, col volo Ciampino-Alghero. Se glielo lasciassero fare, guiderebbe anche l’aereo. L’aviazione è la sua grande passione.

Il governo di centrosinistra produce risultati deludenti nelle elezioni politiche del ’63. Sia democristiani che socialisti perdono consensi e intanto si affacciano all’orizzonte le nubi della prima crisi economica del dopoguerra.

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Segni con John Fitzgerald Kennedy nel 1963. Per entrambi sono gli ultimi mesi felici

Segni vorrebbe affidarsi a Mario Scelba, l’inventore della “Celere”, il ministro dell’Interno dal pugno di ferro. Se le condizioni politiche glielo permettessero, gli darebbe subito l’incarico per un “governo del Presidente”. Ma per senso di Stato e obbedienza al partito, dà nuovamente a Moro la possibilità di formare, nella prima metà del 1964, un nuovo esecutivo di centrosinistra.

Dubbi e paranoie attraversano l’animo del capo di Stato. Segni teme che i frequenti disordini che incendiano il Paese siano l’antipasto di un’imminente strategia sovversiva. Ha paura soprattutto dell’emergere di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare. Movimenti antagonisti con possibili derive terroristiche. E per prevenire un’escalation di violenza, progetta alcune contromisure.

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Il generale De Lorenzo

Nell’estate del 1964, contatta i più alti rappresentanti delle Forze Armate, tra cui il generale De Lorenzo, per sette anni capo dei servizi segreti. Sarebbe proprio lui l’ideatore del celebre “Piano Solo”, un progetto militare di emergenza per mantenere l’ordine pubblico. O forse un vero e proprio colpo di stato, secondo l’inchiesta de “L’Espresso” che nel 1967 fece luce sulla questione. Uno scoop che finì in tribunale, con la querela per diffamazione al direttore Eugenio Scalfari. Come per molti segreti della storia italiana, la risposta potrebbe essere in cassetti che difficilmente verranno aperti. Ma torniamo all’estate del ’64.

Crisi di governo, settimane di incontri e di decisioni rimandate. Alla fine, Nenni decide di appoggiare Moro in un nuovo tentativo di governo condiviso. La situazione sembra calmarsi.

Ma il 7 agosto durante un acceso diverbio con Saragat alla presenza di Moro, una trombosi paralizza il presidente Segni. Nessuno ha mai chiarito cosa sia davvero successo nel “salotto cinese” del Quirinale, ma l’Italia per quattro mesi si affida alla reggenza di Merzagora, presidente del Senato. Il sardo morirà otto anni dopo, senza mai riprendersi del tutto. E senza poter dire se il “Piano Solo” fosse qualcosa più di una forzatura giornalistica.

Giovanni Gronchi, da Pontedera al Colle

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Metà degli anni ’50. Morto De Gasperi, la Dc ha saldamente il controllo del Paese, ma per la leadership interna si è scatenata una guerra fra correnti. Gli eredi di Dossetti, capeggiati dal neosegretario Amintore Fanfani, hanno riportato a sinistra il timone di comando del partito. Cesare Merzagora, presidente del Senato ed economista di tendenze liberali, è il loro candidato ufficiale per il Quirinale. Una scelta di continuità.

Ma l’ala destra dello scudocrociato è riluttante. Orgoglio e logiche interne determinano il rigetto del nome proposto dalla segreteria. Andreotti e Gonella puntano su un cavallo diverso. Ed è una scelta sorprendente: Giovanni Gronchi.
Toscano di Pontedera, fondatore del Partito Popolare di Sturzo, proviene dal mondo dei sindacati bianchi.

All’interno del partito, è stato uno dei più critici oppositori dell’atlantismo di De Gasperi. Da anni presiede le sedute della Camera dei Deputati. Fanfani gli chiede di rinunciare alla candidatura, ma l’uomo di Pontedera non è per indole particolarmente incline al rifiuto.
E per 658 volte, lo stesso Gronchi, in qualità di Presidente della Camera, pronuncia il suo cognome. È il 29 aprile del 1955 ed è appena diventato il terzo Presidente della Repubblica. Umanamente è l’opposto del suo predecessore.

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Gronchi e la moglie

Amante della bella vita, ha sposato una donna più giovane di un quarto di secolo, l’avvenente Carla Bissatini. Laureato in Lettere antiche, è stato allievo di Giovanni Pascoli alla Normale di Pisa. Nel modo di vivere, c’è ancora una parte del fanciullino. Molto amante delle sue battute, meno di quelle su di lui.

Per uno sketch su una sua goffa caduta alla Scala di Milano accanto al francese De Gaulle, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello vengono cacciati dalla Rai. Un editto toscano in piena regola.

 

 

Ma la sua elezione è figlia anche della stima di cui gode trasversalmente nel mondo politico. Piero Gobetti, liberale ucciso dai fascisti nel 1926, lo definiva “l’uomo del domani”, considerando invece De Gasperi “l’uomo di ieri”. Gronchi arriva alla carica più alta dopo una vita altalenante e rapsodica. Sottosegretario per pochi mesi del primo governo Mussolini, abbandona la politica nel ventennio per fare il rappresentante di commercio. Partecipa alla lotta partigiana, ma non si lascia travolgere dall’americanismo dilagante nel Paese. La sua non è tanto un’avversione contro la politica degli Stati Uniti, quanto una volontà di riportare l’Italia in una posizione intermedia, possibilmente neutralista e autosufficiente.

Gronchi e Mattei

Gronchi e Mattei

Ed è su questo punto che stringe un legame forte con un industriale marchigiano destinato a cambiare per qualche anno le sorti italiane. Il suo nome è Enrico Mattei e le sue strategie imprenditoriali assomigliano molto alla visione di politica estera di Gronchi. Il neoatlantismo di cui sono diversamente artefici incarna il carattere ambizioso e vagamente utopico di entrambi.

Saragat definisce il capo di Stato, “il Peròn di Pontedera”, sottolineando il carattere populista di certe sue affermazioni. In realtà Gronchi sembra avvicinarsi per certi versi più a Charles De Gaulle, soprattutto nell’ostinazione con cui cerca di smarcarsi dall’influenza americana. Ma al di là del carattere, il suo mandato è caratterizzato anche dal varo di cruciali riforme istituzionali. Corte Costituzionale, Cnel e Csm trovano attuazione sotto la sua presidenza. E anche in virtù dei rapporti con Mattei, intrattiene buoni rapporti con il Medio Oriente. L’accordo con l’Iran del 1957 per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi ne è l’emblema.

Le sue visite all’estero sono un successo, nonostante godesse di cattiva stampa. Specialmente il “Time” diretto da Henry Luce, marito dell’ambasciatrice americana in Italia, parla di “un pericolo di infiltrazioni comuniste in Italia”. E sulla scia di questi articoli Eisenhower, presidente americano, si rivolge a lui dicendo di sapere che “viene da un paesino vicino Pisa, città che ha una torre che pende verso sinistra”. Da buon toscano, Gronchi ha la battuta pronta: “Destra e sinistra non esistono in geografia. Stia tranquillo, presidente. Vengo da una città che ha una torre che pende verso nord-ovest”.

In politica interna spinge per accelerare l’apertura a sinistra. Per fare ciò, Gronchi sceglie l’uomo sbagliato: Fernando Tambroni. È un uomo di sua fiducia, un marchigiano come Mattei. Nei progetti di Gronchi deve essere un traghettatore verso il centrosinistra. Ma al momento di presentarsi alle camere, Tambroni “tradisce” l’uomo di Pontedera e pronuncia un discorso incentrato su ordine pubblico e sicurezza. Ottiene la fiducia coi voti dei missini.

Passerà alla storia per aver concesso la piazza di Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, al MSI. Gli incidenti da guerra civile di quei giorni di maggio del 1960 fanno cadere il suo governo ed eclissare la stella di Gronchi definitivamente.

Morì nel 1978. Il 17 ottobre. In quel giorno non ebbe cattiva stampa. Ne ebbe poca. Il giorno prima era stato eletto Karol Wojtyla, un alfiere di democrazia e cristianità.

Luigi Einaudi, il liberale zoppo che fece correre l’Italia

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Luigi Einaudi, Presidente dal 1948 al 1955

L’Italia del 1948 è una nazione ancora impolverata dalle macerie. La vittoria elettorale della Democrazia Cristiana ha determinato una chiara scelta di campo nella logica dell’emergente guerra fredda. Gli americani aiuteranno a ricostruire il Paese col piano Marshall, ma per rialzarsi in fretta c’è bisogno soprattutto di forte iniziativa individuale, di pragmatismo e di spirito imprenditoriale. Valori liberali.

E il secondo Presidente della Repubblica arriva proprio da quell’area politica: l’economista di fama mondiale Luigi Einaudi. Piemontese della provincia di Cuneo, simpatizzante monarchico, ma soprattutto governatore della Banca d’Italia. Un uomo concreto, già ministro del Bilancio del quarto governo De Gasperi. [Read more…]

Enrico De Nicola, il Presidente provvisorio

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

“M’inchino con animo reverente e commosso di fonte alla volontà sovrana dell’Assemblea Costituente. In fede, Enrico De Nicola”. Era il 28 gennaio del 1946 e l’Italia aveva appena eletto il suo primo Presidente della Repubblica. Al primo scrutinio, con una maggioranza schiacciante: 396 voti su 504. De Gasperi, Togliatti e Nenni avevano deciso.

Quel giurista napoletano che due anni prima aveva convinto il re Vittorio Emanuele III a trasferire i poteri al figlio Umberto, era l’uomo perfetto da cui ripartire. Meridionale, di simpatie monarchiche, politicamente moderato, De Nicola rappresentava la figura più adatta per unire un Paese ancora lacerato da profonde differenze ideologiche e geografiche. [Read more…]

In difesa di Raif Badawi, il blogger frustato per “eccesso di libertà”

IMG_3948Io e Raif Badawi siamo nati lo stesso giorno. Il 13 gennaio. Lui nel 1984, due anni prima di me. Martedì era il nostro compleanno. Lo abbiamo festeggiato in modo diverso. Io stavo a casa a dare forma a un blog appena nato, cercando di dare sostanza a sogni giornalistici. Lui l’ha passato in una prigione dell’Arabia Saudita, condannato a dieci anni di carcere per aver gestito un blog in cui si parlava troppo liberamente dell’Islam.

Raif non pretende di essere un profeta. E nemmeno io. Voleva soltanto aprire una discussione su quale fosse il ruolo nella società moderna di Maometto e degli altri punti di riferimento della sua religione. Per questo, lo stesso stato che ha “fermamente condannato” gli attacchi di Parigi, non lo ha solo rinchiuso in una prigione di Gedda. Gli hanno inflitto una punizione esemplare: mille frustate in piazza davanti alla moschea della città saudita. [Read more…]

Mafia Capitale, viaggio nel mondo di mezzo

Le ville in mezzo alla calma apparente di Sacrofano. Un benzinaio a corso Francia usato come ufficio di rappresentanza. Il retrobottega dei Parioli e gli affari all’ombra di un gazebo a Vigna Stelluti. Tornando ai luoghi degli anni ’70. Sedi simboliche di una destra che mirava a ribaltare il sistema. E che pochi decenni dopo si ritrova allo stesso tavolo, a spartirsi il potere cittadino.
Un reportage in mezzo ai luoghi cruciali di Mafia Capitale.

Mafia Capitale, il nuovo romanzo criminale

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La “Mafia Capitale”. O, per dirla con le parole di Massimo Carminati, il “mondo di mezzo”. Questa volta non è un film, né un libro. Ma uno spaccato della realtà. Criminale, ovviamente. E grottesco, come nella migliore tradizione delle storie italiane. Un racconto in cui i “cattivi” hanno soprannomi che fanno sorridere. Con intercettazioni che rivelano una gestione del potere spregiudicata e farsesca. Dialoghi intrisi di romanesco e spavalderie. Come in un film, come se fossero personaggi usciti dalla penna di uno scrittore. E alcuni di loro, in realtà, hanno già ispirato registi e sceneggiatori.

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M5S, altri due espulsi. E Grillo nomina 5 “delfini”

Massimo Artini e Paola Pinna, nuovi espulsi dei 5 stelle

Massimo Artini e Paola Pinna, nuovi espulsi dei 5 stelle

Fuori due. Altri due. Mentre per cinque parlamentari scatta la promozione a “punti di riferimento” del M5S sul territorio e in Parlamento. Ennesima giornata ad alta tensione del Movimento 5 Stelle fra epurazioni e polemiche. Fino all’inatteso passo indietro di Beppe Grillo, che apre a un direttorio formato da cinque fedelissimi parlamentari.

Giovedì sera, Massimo Artini e Paola Pinna, deputati quarantenni, hanno ricevuto il cartellino rosso dal web. Sono stati gli iscritti a decidere la loro espulsione. Un’affluenza più bassa del solito, solo 27mila votanti. Testimonianza di come sia profonda la crisi della partecipazione anche per chi segue la politica da una tastiera. Il 69% ha deciso che i due parlamentari non erano più degni di far parte della pattuglia pentastellata a Montecitorio.

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Il kamikaze curdo che cambiò idea a 200 metri dall’obiettivo

Unknown-33Ha lanciato il suo camion a tutta velocità contro l’obiettivo. Un giubbotto imbottito di esplosivo era il vestito che aveva scelto per portare la morte. Sua e delle forze dell’ordine irachene di Kalar, cittadina a due passi da Kirkuk. Ma la strada dissestata ha cambiato il suo destino. Una gomma bucata, l’inconveniente dell’ultim’ora a evitare l’ennesimo martirio. E così un ragazzo curdo di 19 anni ha pensato che stava sbagliando tutto. Si è consegnato alla polizia irachena, confessando tutto.

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