Giovanni Gronchi, da Pontedera al Colle

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Metà degli anni ’50. Morto De Gasperi, la Dc ha saldamente il controllo del Paese, ma per la leadership interna si è scatenata una guerra fra correnti. Gli eredi di Dossetti, capeggiati dal neosegretario Amintore Fanfani, hanno riportato a sinistra il timone di comando del partito. Cesare Merzagora, presidente del Senato ed economista di tendenze liberali, è il loro candidato ufficiale per il Quirinale. Una scelta di continuità.

Ma l’ala destra dello scudocrociato è riluttante. Orgoglio e logiche interne determinano il rigetto del nome proposto dalla segreteria. Andreotti e Gonella puntano su un cavallo diverso. Ed è una scelta sorprendente: Giovanni Gronchi.
Toscano di Pontedera, fondatore del Partito Popolare di Sturzo, proviene dal mondo dei sindacati bianchi.

All’interno del partito, è stato uno dei più critici oppositori dell’atlantismo di De Gasperi. Da anni presiede le sedute della Camera dei Deputati. Fanfani gli chiede di rinunciare alla candidatura, ma l’uomo di Pontedera non è per indole particolarmente incline al rifiuto.
E per 658 volte, lo stesso Gronchi, in qualità di Presidente della Camera, pronuncia il suo cognome. È il 29 aprile del 1955 ed è appena diventato il terzo Presidente della Repubblica. Umanamente è l’opposto del suo predecessore.

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Gronchi e la moglie

Amante della bella vita, ha sposato una donna più giovane di un quarto di secolo, l’avvenente Carla Bissatini. Laureato in Lettere antiche, è stato allievo di Giovanni Pascoli alla Normale di Pisa. Nel modo di vivere, c’è ancora una parte del fanciullino. Molto amante delle sue battute, meno di quelle su di lui.

Per uno sketch su una sua goffa caduta alla Scala di Milano accanto al francese De Gaulle, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello vengono cacciati dalla Rai. Un editto toscano in piena regola.

 

 

Ma la sua elezione è figlia anche della stima di cui gode trasversalmente nel mondo politico. Piero Gobetti, liberale ucciso dai fascisti nel 1926, lo definiva “l’uomo del domani”, considerando invece De Gasperi “l’uomo di ieri”. Gronchi arriva alla carica più alta dopo una vita altalenante e rapsodica. Sottosegretario per pochi mesi del primo governo Mussolini, abbandona la politica nel ventennio per fare il rappresentante di commercio. Partecipa alla lotta partigiana, ma non si lascia travolgere dall’americanismo dilagante nel Paese. La sua non è tanto un’avversione contro la politica degli Stati Uniti, quanto una volontà di riportare l’Italia in una posizione intermedia, possibilmente neutralista e autosufficiente.

Gronchi e Mattei

Gronchi e Mattei

Ed è su questo punto che stringe un legame forte con un industriale marchigiano destinato a cambiare per qualche anno le sorti italiane. Il suo nome è Enrico Mattei e le sue strategie imprenditoriali assomigliano molto alla visione di politica estera di Gronchi. Il neoatlantismo di cui sono diversamente artefici incarna il carattere ambizioso e vagamente utopico di entrambi.

Saragat definisce il capo di Stato, “il Peròn di Pontedera”, sottolineando il carattere populista di certe sue affermazioni. In realtà Gronchi sembra avvicinarsi per certi versi più a Charles De Gaulle, soprattutto nell’ostinazione con cui cerca di smarcarsi dall’influenza americana. Ma al di là del carattere, il suo mandato è caratterizzato anche dal varo di cruciali riforme istituzionali. Corte Costituzionale, Cnel e Csm trovano attuazione sotto la sua presidenza. E anche in virtù dei rapporti con Mattei, intrattiene buoni rapporti con il Medio Oriente. L’accordo con l’Iran del 1957 per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi ne è l’emblema.

Le sue visite all’estero sono un successo, nonostante godesse di cattiva stampa. Specialmente il “Time” diretto da Henry Luce, marito dell’ambasciatrice americana in Italia, parla di “un pericolo di infiltrazioni comuniste in Italia”. E sulla scia di questi articoli Eisenhower, presidente americano, si rivolge a lui dicendo di sapere che “viene da un paesino vicino Pisa, città che ha una torre che pende verso sinistra”. Da buon toscano, Gronchi ha la battuta pronta: “Destra e sinistra non esistono in geografia. Stia tranquillo, presidente. Vengo da una città che ha una torre che pende verso nord-ovest”.

In politica interna spinge per accelerare l’apertura a sinistra. Per fare ciò, Gronchi sceglie l’uomo sbagliato: Fernando Tambroni. È un uomo di sua fiducia, un marchigiano come Mattei. Nei progetti di Gronchi deve essere un traghettatore verso il centrosinistra. Ma al momento di presentarsi alle camere, Tambroni “tradisce” l’uomo di Pontedera e pronuncia un discorso incentrato su ordine pubblico e sicurezza. Ottiene la fiducia coi voti dei missini.

Passerà alla storia per aver concesso la piazza di Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, al MSI. Gli incidenti da guerra civile di quei giorni di maggio del 1960 fanno cadere il suo governo ed eclissare la stella di Gronchi definitivamente.

Morì nel 1978. Il 17 ottobre. In quel giorno non ebbe cattiva stampa. Ne ebbe poca. Il giorno prima era stato eletto Karol Wojtyla, un alfiere di democrazia e cristianità.

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