Luigi Einaudi, il liberale zoppo che fece correre l’Italia

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Luigi Einaudi, Presidente dal 1948 al 1955

L’Italia del 1948 è una nazione ancora impolverata dalle macerie. La vittoria elettorale della Democrazia Cristiana ha determinato una chiara scelta di campo nella logica dell’emergente guerra fredda. Gli americani aiuteranno a ricostruire il Paese col piano Marshall, ma per rialzarsi in fretta c’è bisogno soprattutto di forte iniziativa individuale, di pragmatismo e di spirito imprenditoriale. Valori liberali.

E il secondo Presidente della Repubblica arriva proprio da quell’area politica: l’economista di fama mondiale Luigi Einaudi. Piemontese della provincia di Cuneo, simpatizzante monarchico, ma soprattutto governatore della Banca d’Italia. Un uomo concreto, già ministro del Bilancio del quarto governo De Gasperi.

In quel ruolo si era distinto per l’efficace lotta contro l’inflazione, frenata grazie a una sostanziosa opera di spending review, abbinata a strette creditizie e abolizione dei prezzi politici. In sostanza, fare girare meno soldi, farli valere di più.

Viene eletto l’11 maggio, al quarto scrutinio. Non era la prima scelta di De Gasperi, ma la minoranza della sinistra Dc guidata da Dossetti aveva rifiutato la candidatura di Carlo Sforza, ministro degli Esteri e sciupa femmine impenitente. Il leader democristiano punta allora su Einaudi, anche su consiglio degli americani, che ne hanno apprezzato i provvedimenti economici. E a sorpresa lo votano anche i comunisti, anteponendo le qualità morali dell’uomo al pensiero liberista del politico.

 

 

Einaudi con la moglie Ida

Einaudi con la moglie Ida

La prima preoccupazione da Presidente è di carattere logistico. Entrato in Quirinale, si rende conto che la stanza presidenziale ha un solo letto. Per niente al mondo rinuncerebbe all’intimità con l’amata moglie Ida, sua ex allieva. Nella stanza degli ospiti ci sono due letti. Il primo provvedimento da Presidente della Repubblica di Einaudi è fare accostare i talami. Luigi e Ida possono così dormire sonni tranquilli.

Ma nel settennato al Colle, Einaudi è sveglio e vigile. Allergico alla retorica, inaugura nel 1949 l’usanza del messaggio di Capodanno agli italiani. Zoppo come Franklin Delano Roosevelt, si distinse per la passione e la competenza messa al servizio di un Paese che non abbandonò mai. Anche fisicamente. È l’unico degli undici presidenti italiani, infatti, a non aver fatto neanche una visita all’estero.

Sussurrava consigli, ma spesso le sue prediche cadevano nel vuoto. I partiti mal sopportavano gli ammonimenti pedagogici sullo spreco di denaro pubblico. Ma del resto, la lotta contro gli sprechi era per Einaudi una missione quotidiana. Il celebre scrittore e giornalista Ennio Flaiano ha raccontato un aneddoto che inquadra bene l’attitudine al risparmio dell’ex Governatore. Alla fine di un pranzo al Quirinale con la redazione del settimanale “Il Mondo”, il Presidente, arrivati alla frutta, prese una pera. Chiese se qualcuno volesse dividerla con lui. Flaiano si offrì. In quel frutto diviso a metà c’era tutto lui.

Un comportamento normale per un presidente che considerava il buon governo “un imperativo morale”. E forse fidandosi delle capacità amministrative di De Gasperi, lasciò passare anche la contestatissima legge truffa del ’53. La frenata della Dc in quella tornata elettorale fece eclissare la stella del leader trentino e di riflesso anche quella di Einaudi. Verso la fine del mandato, decide di dare l’incarico a Giuseppe Pella, un democristiano di sua fiducia. Nasceva così il primo “governo del Presidente”, una prassi che attraverserà decenni di storia repubblicana. In molti non gradivano che la nomina del Presidente del Consiglio fosse avvenuta senza consultare gli esponenti dei partiti.

Einaudi, da scrupoloso difensore della legalità costituzionale, sostenne che “la procedura delle consultazioni è solo una prassi non riconosciuta dalla Costituzione”. E da uomo pragmatico aveva deciso, per una volta, di andare alla sostanza senza preoccuparsi della forma. Da vero liberale, fu anche un feroce difensore della satira.

La vignetta incriminata di Manzoni su Einaudi

La vignetta incriminata di Manzoni su Einaudi

Basti citare un episodio: Carletto Manzoni, sferzante disegnatore dell’epoca, pubblicò sul Candido di Giovannino Guareschi una vignetta che ritraeva un Einaudi piccolo piccolo che passava in rassegna una serie di altissime bottiglie di Barolo. Il titolo era semplice: corazzieri. Un riferimento alla passione agricola di Einaudi, titolare di una tenuta a Dogliani, paese di nascita della madre. Un giudice zelante incriminò Guareschi e Manzoni di vilipendio, mandando su tutte le furie il Presidente che dichiarò a tutti i giornali la sua avversione verso un provvedimento del genere. Nonostante l’impegno di Einaudi, i due giornalisti del Candido furono condannati a otto mesi di reclusione con la condizionale.

 

Cessato l’incarico al Quirinale, Einaudi tornò proprio a Dogliani a gestire la sua attività, fino alla morte, nel 1961. Zoppicando fra le vigne e osservando con distacco sabaudo un’Italia che correva anche grazie a lui.

 

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