Antonio Segni, l’agricoltore sardo voluto dal Vaticano

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Antonio Segni, Presidente dal 1962 al 1964

Il 1962 è un anno cruciale per la politica italiana. La Dc, dopo vari tentativi andati a vuoto, si appresta a varare il primo governo di centrosinistra. Aldo Moro e Fanfani dettano la linea. Ma c’è scetticismo. Sono in tanti a temere che l’accordo coi socialisti possa rivelarsi un cavallo di Troia per i comunisti.

È in questo clima, fra sospetti e veti incrociati, che si tengono in primavera le quarte elezioni presidenziali. E in quest’occasione, la Chiesa vuole dire la sua. Il Vaticano preme per far sedere al Quirinale un candidato ostile al progetto di Moro e Fanfani. Il cardinale Montini, segretario di Stato nonché futuro Paolo VI, orienta i dirigenti della balena bianca su un nome preciso.

Un sardo: Antonio Segni, giurista di Sassari, esponente di punta della corrente dorotea. Per eleggerlo, ci vogliono nove scrutini, ma per la prima e unica volta nella storia delle Presidenziali, la Dc riesce a portare al Colle il suo candidato ufficiale. Un suo giovane collaboratore, al momento della proclamazione, l’11 maggio, sviene nei corridoi di Montecitorio per l’emozione. Non immagina certo che un paio di decenni dopo, sentirà lo stesso annuncio col suo nome. Il ragazzo svenuto si chiama Francesco Cossiga, è nipote di Segni e le parole che non riesce a dire in quel momento, le restituirà con gli interessi un ventennio dopo.

 

 

Segni è un agricoltore da generazioni. È un proprietario terriero, ma si batte per una riforma che garantisca una migliore ripartizione delle terre. Ama la Sardegna in modo viscerale. E ogni weekend torna nella sua regione, col volo Ciampino-Alghero. Se glielo lasciassero fare, guiderebbe anche l’aereo. L’aviazione è la sua grande passione.

Il governo di centrosinistra produce risultati deludenti nelle elezioni politiche del ’63. Sia democristiani che socialisti perdono consensi e intanto si affacciano all’orizzonte le nubi della prima crisi economica del dopoguerra.

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Segni con John Fitzgerald Kennedy nel 1963. Per entrambi sono gli ultimi mesi felici

Segni vorrebbe affidarsi a Mario Scelba, l’inventore della “Celere”, il ministro dell’Interno dal pugno di ferro. Se le condizioni politiche glielo permettessero, gli darebbe subito l’incarico per un “governo del Presidente”. Ma per senso di Stato e obbedienza al partito, dà nuovamente a Moro la possibilità di formare, nella prima metà del 1964, un nuovo esecutivo di centrosinistra.

Dubbi e paranoie attraversano l’animo del capo di Stato. Segni teme che i frequenti disordini che incendiano il Paese siano l’antipasto di un’imminente strategia sovversiva. Ha paura soprattutto dell’emergere di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare. Movimenti antagonisti con possibili derive terroristiche. E per prevenire un’escalation di violenza, progetta alcune contromisure.

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Il generale De Lorenzo

Nell’estate del 1964, contatta i più alti rappresentanti delle Forze Armate, tra cui il generale De Lorenzo, per sette anni capo dei servizi segreti. Sarebbe proprio lui l’ideatore del celebre “Piano Solo”, un progetto militare di emergenza per mantenere l’ordine pubblico. O forse un vero e proprio colpo di stato, secondo l’inchiesta de “L’Espresso” che nel 1967 fece luce sulla questione. Uno scoop che finì in tribunale, con la querela per diffamazione al direttore Eugenio Scalfari. Come per molti segreti della storia italiana, la risposta potrebbe essere in cassetti che difficilmente verranno aperti. Ma torniamo all’estate del ’64.

Crisi di governo, settimane di incontri e di decisioni rimandate. Alla fine, Nenni decide di appoggiare Moro in un nuovo tentativo di governo condiviso. La situazione sembra calmarsi.

Ma il 7 agosto durante un acceso diverbio con Saragat alla presenza di Moro, una trombosi paralizza il presidente Segni. Nessuno ha mai chiarito cosa sia davvero successo nel “salotto cinese” del Quirinale, ma l’Italia per quattro mesi si affida alla reggenza di Merzagora, presidente del Senato. Il sardo morirà otto anni dopo, senza mai riprendersi del tutto. E senza poter dire se il “Piano Solo” fosse qualcosa più di una forzatura giornalistica.

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