Luigi Einaudi, il liberale zoppo che fece correre l’Italia

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Luigi Einaudi, Presidente dal 1948 al 1955

L’Italia del 1948 è una nazione ancora impolverata dalle macerie. La vittoria elettorale della Democrazia Cristiana ha determinato una chiara scelta di campo nella logica dell’emergente guerra fredda. Gli americani aiuteranno a ricostruire il Paese col piano Marshall, ma per rialzarsi in fretta c’è bisogno soprattutto di forte iniziativa individuale, di pragmatismo e di spirito imprenditoriale. Valori liberali.

E il secondo Presidente della Repubblica arriva proprio da quell’area politica: l’economista di fama mondiale Luigi Einaudi. Piemontese della provincia di Cuneo, simpatizzante monarchico, ma soprattutto governatore della Banca d’Italia. Un uomo concreto, già ministro del Bilancio del quarto governo De Gasperi. [Read more…]

Enrico De Nicola, il Presidente provvisorio

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

“M’inchino con animo reverente e commosso di fonte alla volontà sovrana dell’Assemblea Costituente. In fede, Enrico De Nicola”. Era il 28 gennaio del 1946 e l’Italia aveva appena eletto il suo primo Presidente della Repubblica. Al primo scrutinio, con una maggioranza schiacciante: 396 voti su 504. De Gasperi, Togliatti e Nenni avevano deciso.

Quel giurista napoletano che due anni prima aveva convinto il re Vittorio Emanuele III a trasferire i poteri al figlio Umberto, era l’uomo perfetto da cui ripartire. Meridionale, di simpatie monarchiche, politicamente moderato, De Nicola rappresentava la figura più adatta per unire un Paese ancora lacerato da profonde differenze ideologiche e geografiche. [Read more…]

In difesa di Raif Badawi, il blogger frustato per “eccesso di libertà”

IMG_3948Io e Raif Badawi siamo nati lo stesso giorno. Il 13 gennaio. Lui nel 1984, due anni prima di me. Martedì era il nostro compleanno. Lo abbiamo festeggiato in modo diverso. Io stavo a casa a dare forma a un blog appena nato, cercando di dare sostanza a sogni giornalistici. Lui l’ha passato in una prigione dell’Arabia Saudita, condannato a dieci anni di carcere per aver gestito un blog in cui si parlava troppo liberamente dell’Islam.

Raif non pretende di essere un profeta. E nemmeno io. Voleva soltanto aprire una discussione su quale fosse il ruolo nella società moderna di Maometto e degli altri punti di riferimento della sua religione. Per questo, lo stesso stato che ha “fermamente condannato” gli attacchi di Parigi, non lo ha solo rinchiuso in una prigione di Gedda. Gli hanno inflitto una punizione esemplare: mille frustate in piazza davanti alla moschea della città saudita. [Read more…]

La storia di Balal e di una madre. Di un altro Islam e del perdono.

Balal a un passo dalla morte

Balal a un passo dalla morte

“Errare è umano, perdonare è divino“, scriveva il poeta britannico Alexander Pope nel 18°secolo. Facile a dirsi, titanico da fare quando si deve perdonare un uomo che ha accoltellato a morte tuo figlio. Samereh Alinejad, madre di Abdollah, morto sette anni fa a 17 anni in una rissa, forse non conosce la poesia di Pope. Ma il suo perdono, specie in una settimana come questa, assomiglia a un gesto ultraterreno.

Una vicenda che inizia nel 2007 a Royan, una piccola cittadina del nord dell’Iran, nella regione del Mazandaran sul mar Caspio. Abdollah si aggira per un bazar. All’improvviso viene urtato da un ragazzo. Si chiama Balal. Ha 19 anni. Ne nasce una discussione. Poi una rissa. Balal tira fuori un coltello da cucina e uccide il giovane iraniano con un fendente brusco e goffo. L’omicida fugge ma poco dopo viene catturato dalla polizia locale. La giustizia ci mette sei anni per emettere la sentenza: condanna a morte.

La famiglia della vittima, che ha già dovuto piangere la morte del fratello di Abdollah, Amirhoskin, morto a undici anni per un incidente in moto, non affretta i tempi. L’esecuzione viene rimandata per cavilli burocratici. Intanto nel Paese che ha registrato nel solo 2013 ben 778 pene capitali (secondo al mondo dopo la Cina), l’opinione pubblica invoca il perdono di Balal. Un noto giornalista sportivo, Adel Ferdosipur prega pubblicamente, nella sua popolare trasmissione, i genitori di Abdollah di fare qualcosa per evitare un’altra morte in piazza. Appelli che sembrano cadere nel vuoto. [Read more…]

20 anni fa moriva Kurt Cobain, martire di se stesso

Kurt Cobain, suicida a 27 anni, il 5 aprile 1994
Kurt Cobain, suicida a 27 anni, il 5 aprile 1994

“Meglio bruciare che spegnersi lentamente”. Le ultime parole, prima di spararsi un colpo di fucile in faccia, Kurt Cobainle prese in prestito da una canzone di Neil Young. In quel biglietto, appoggiato accanto al suo corpo esanime, tutta la sua voglia di liberarsi. Di fuggire, di raggiungere col corpo una mente che si era già spinta oltre i limiti terreni.

Lo trovarono morto l’8 aprile del 1994. Si era ucciso tre giorni prima, nella sua casa di Lake Washington, a un soffio da quella Seattle che gli aveva fornito droghe, successo e immortalità. Era solo, come non riusciva più a essere da tanto tempo. Chi lo trovò, disse che gli sembrava solo addormentato. Lì, disteso sul pavimento, coi capelli biondi a coprire il viso di un angelo che aveva presto smarrito l’innocenza, Kurt aveva deciso che doveva farla finita.

Se lo era chiesto già tante volte. Per esempio a Roma, nell’89, subito dopo l’uscita di Bleach, l’album che aveva portato i Nirvana alla ribalta mondiale. Quella sera suonavano al Piper. Il pubblico in visibilio, la paura di diventare un fenomeno commerciale, la voglia di restare se stesso. Era scioccato. Voleva sciogliere il gruppo e tornare alla sua vita. Costantemente attraversata da una patina di morte. Una sensazione amplificata dal suo luogo di nascita, Aberdeen, nel profondo e cupo Northwest americano, fra boschi tetri e fabbriche alienanti.

Non si sciolsero quella sera i Nirvana. L’aria decadente di Kurt, le sue camicie di flanella a scacchi, i jeans strappati, divennero presto i simboli di una generazione che rifiutava il sistema. Senza attaccarlo, ma chiedendo solo di poterne restare ai margini. Magari sotto un ponte, come il luogo che  Kurt elesse sua dimora negli anni in cui Aberdeen era diventato un hangar troppo soffocante per la sua creatività. Nel ’91 esce Nevermind, l’album della consacrazione. 75 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Tutti lo vogliono, troppi si arricchiscono grazie alla sua musica. Lui odia tutti. E si rifugia nella droga, insieme a Courtney Love, cantante delle Hole, sua discussa compagna fino alla morte.

Courtney dà alla luce una bambina. La chiamano Francis Bean. “Bean”, perché Kurt quando la vede per la prima volta, ancora nella pancia della madre, la scambia per un fagiolo. Equivoci da ecografie o da allucinazioni. Kurt e Courtney si amano. Poi si odiano. Ma restano insieme. Lo fanno violentemente, fuori dagli schemi, sopra le righe. E fra troppe righe. Il leader dei Nirvana, all’inizio degli anni ’90 è un fenomeno mondiale: un eroe da emulare o un eroinomane da riaggiustare.

Unknown-1Kurt non ne vuole sapere di ripulirsi. Ciò che gli fa male, lo fa stare bene. Ciò che lo uccide, è il rischio di diventare un’icona pop. L’ultimo album dei Nirvana, In Utero, è il suo disperato grido contro il successo. Sonorità diverse, affiorate dopo un ritiro della band fra le montagne del Minnesota. Testi rudi, sofferenti. Grunge, in una parola. Come la Seattle che lo aveva abbracciato fin troppo stretto. La sua voce roca e vellutata come un maledetto arcobaleno dopo un temporale infinito.

Qualcuno pensa che sia tornato il sole. Ma si sbaglia. Marzo 1994. Stanza 514 dell’Hotel Excelsior a Roma, in via Veneto. Vacanze romane, con Courtney e Francis Bean. Kurt brinda alla ricerca della serenità. Solo che allo champagne unisce il Roipnol, un sonnifero potente. Si addormenta. Per tante ore. Lo salvano. Ha provato ad andare nell’altro mondo, ma lo hanno fermato a metà viaggio. Lo stile è da rockstar, la fragilità è quella del bambino che a sette anni visse, senza accettare, il divorzio dei genitori.

La sua ultima lettera prima del suicidio. È indirizzata a Boddha, suo amico immaginario fino dall'infanzia
L’ultima lettera prima del suicidio

Un destino rinviato solo per poche settimane. Fino al colpo decisivo, il 5 aprile. “It’s better to burn out that to fade away”, lo abbiamo detto all’inizio. Rimase soltanto la sua cenere. Una parte restò a Courtney. Una parte è conservata in un tempio buddista, a Ithaca, stato di New York. Come Ulisse alla fine del suo viaggio. Ma un po’ delle sue ceneri finirono anche nel fiume Wishkah, vicino alla sua Aberdeen. Lungo le sue rive, Kurt aveva vissuto una parte della sua gioventù. Drogandosi e scrivendo, urlando il dolore o inglobandolo.

È la storia di uomo che ha vissuto morendo. Alimentandosi di un dolore lacerante, troppo facilmente etichettato come “tossico”. Forse non è giusto né piangerlo, né rimpiangerlo. Non avrebbe mai accettato di invecchiare, né di essere compatito. Lui era Kurt Cobain e per chi è cresciuto sussurrando o urlando al cielo le sue parole, lo resterà sempre.