Maremma Blanchard, da Grosseto allo Juventus Stadium passando per Berlino

I compagni festeggiano Leonardo Blanchard

I compagni festeggiano Leonardo Blanchard

Fino a poche ore fa era un perfetto sconosciuto. Tra una settimana, per tanti, tornerà a esserlo. Ma in uno strano mercoledì di settembre, in uno Juventus Stadium vuoto come la classifica dei bianconeri, è diventato un eroe. Di cognome fa Blanchard, ma non fatevi ingannare dal francesismo. Viene dalla Maremma. L’onomastica a volte svela l’amore senza frontiere dei nostri nonni in tempo di guerra. Sì, nel ’42 c’era anche questo.

Di nome invece fa Leonardo e la sua invenzione è un colpo di testa al 92′ che regala il primo punto in serie A al Frosinone. In casa dei campioni d’Italia. O di quello che ne resta. Ma questo ora conta poco. Perché quello che davvero resta è la magia di quella zuccata. I 15 minuti di celebrità trovati al secondo minuto di recupero.

Accanto a lui, Pogba salta a vuoto e si mette le mani in faccia disperato. Come in quella notte maledetta di Champions a Berlino, contro il Barcellona. Anche quella sera Leonardo c’era. Ma quella sera anche lui soffriva. Addosso non aveva la maglia del Frosinone, ma quella bianconera. Non era in campo a fare il difensore centrale, ma in curva a tifare insieme ai Vikings. Quella sera a Berlino, Leonardo non avrebbe mai pensato di far disperare i suoi compagni di curva e i suoi beniamini.

E quaranta minuti prima di confezionare lo scherzetto, aveva anche contribuito alla gioia momentanea degli juventini. Una sua deviazione su tiro di Zaza aveva regalato il vantaggio alla squadra di Allegri. Se proprio doveva succedere – avrà pensato senza pensarlo davvero – meglio che sia capitato qui. Pensieri e tormenti finiti con un colpo di testa. Il gol che ripaga i sacrifici senza certezze fatti per una vita. Per Blanchard è il dodicesimo segnato in dieci anni di carriera. Stagioni passate fra campi di periferia. Da Poggibonsi a San Gimignano, dal Pescina a Salò, dal Pergocrema a Pavia. Fino ad arrivare in Ciociaria. Due promozioni in due anni, l’ultima avvenuta il 16 maggio scorso.

Unknown-1Una data che meritava di trovare il suo spazio su un braccio già ampiamente dipinto. Tatuaggi che lo raccontano senza renderlo uno stereotipo. Non è tipo da atteggiamenti. Ama i cani e la sua compagna Fulvia. È stata lei il primo pensiero dopo essere entrato nella storia. Al gol ha esultato. Perché solo i calciatori costruiti forzano i loro sentimenti dopo l’apoteosi del loro lavoro. Segnare alla propria squadra del cuore deve fare un effetto strano, ma quando hai passato la vita a farti la fascia su campi con i tombini accanto alle linee laterali, non ci pensi a fare il fenomeno.

Leonardo e Fulvia, la ragazza a cui ha dedicato il primo gol in serie A

Leonardo e Fulvia, la ragazza a cui ha dedicato il primo gol in serie A

Il suo volto dopo la rete e nell’intervista del dopo partita è lo specchio dei sogni della classe media. È il bagliore improvviso dopo una vita nel limbo. Il suo sincero “grazie a voi” al bordocampista Giovanni Guardalà è il passaggio che tutti sognano. Quell’infinito che passa fra divano e gloria. Fra essere spettatori o protagonisti.

È la distanza che separa l’Olympiastadion di Berlino dallo Juventus Stadium. Leonardo Blanchard, classe 1988 da Grosseto, da qualche ora conosce quella differenza. Segnatevi questo nome, perché potreste anche non sentirne più parlare. O forse sentirlo parlare ancora. Con quell’accento toscano e quel cognome francese che agli juventini ricorda un’ omonima meteora degli anni ’90.

Jocelyn Blanchard, 12 presenze nella Juventus 1998/99

Jocelyn Blanchard, 12 presenze nella Juventus 1998/99

Veniva dal Metz, si chiamava Jocelyn e in dodici partite non mostrò cenni di vita. Lo ringrazierà anche lui perché da oggi il cognome Blanchard – accanto a Juventus – sarà associato al nipote di un soldato francese che trovò l’amore in Maremma. Uno che questa notte non la dimenticherà mai.

Otto Rehagel, il tedesco che portò la Grecia in cima all’Europa

Piazza Syntagma festeggia il no all'accordo con i creditori internazionali. il 61% dei greci si è detto contrario.

Piazza Syntagma festeggia il no all’accordo con i creditori internazionali. il 61% dei greci si è detto contrario.

Piazza Syntagma è in festa. Si celebra un rifiuto. La gioia collettiva per aver saputo dire di no alle richieste di un’Europa vista come una banda di cinici usurai. No all’accordo proposto dai creditori internazionali. No a quella Troika che la Grecia di oggi considera come la Persia del V secolo a.C. Invasori, oggi come ieri. Più coraggiosi, quanto meno, i guerrieri di Serse e Dario. Più viscidi i tecnocrati tedeschi, che non lanciano frecce ma chiudono i rubinetti. I greci, da sempre, sono duri a morire. Sanno affondare come pochi e riemergere come nessuno. Figli di Temistocle e di Ulisse, surfano sul loro stesso naufragio sprezzanti del pericolo. Scrocconi per alcuni, eroi per altri, tagliano i fili e smontano il teatro dei burattini. Non lasceranno che sia la Germania a decidere il loro futuro. “Che si fotta frau Merkel”, urlano nelle strade.

Il momento del gol decisivo di Charisteas in finale

Il momento del gol decisivo di Charisteas in finale

Eppure c’è stato un giorno, undici anni fa, in cui quella stessa piazza urlava di gioia celebrando un tedesco. Era il 4 luglio del 2004 e, anziché per un no, piazza Syntagma impazziva per un gol. Quello di Angelos Charisteas contro il Portogallo allo stadio Da Luz di Lisbona. La rete che permise alla nazionale greca di diventare, per la volta nella sua storia, campione d’Europa. Un paradosso, a pensarci oggi. Soprattutto se si pensa che quel miracolo fu costruito da mister Otto Rehagel, l’allenatore tedesco che guidò la Grecia sul tetto d’Europa. Un trionfo che fece da prologo alle Olimpiadi di Atene del mese successivo. L’inizio di un’estate irripetibile per lo sport ellenico.

Otto Rehagel, classe 1938, l'allenatore del miracolo greco.

Otto Rehagel, classe 1938, l’allenatore del miracolo greco.

Herr Otto, da Essen, cuore siderurgico della Germania, rappresentò il Pericle di quel gruppo. Rigorosamente vestito in tuta, uomo di campo e di missioni impossibili, fu prima di tutto il grande motivatore di una squadra che considerava già un successo l’approdo alla fase finale. Del resto, era solo la seconda partecipazione della Grecia a un Europeo. Il materiale umano a disposizione non dava spazio a grandi aspettative. La stella era Giorgos Karagounis, zero reti in due stagioni nell’Inter delle grandi astinenze da vittoria. A guidare la difesa, svettava Traianos Dellas, un nome da antico romano per uno stopper che divenne un punto di riferimento di una Roma da zero tituli. In porta, addetto a miracoli, Antonis Nikopolidis, il George Clooney dell’Epiro. What else? Tanto, perché ogni protagonista di quella cavalcata meriterebbe un quadro dettagliato.

Ma quella Grecia non verrà mai ricordata citando il nome dei singolo, perché fu una sorta di catena di montaggio applicata al rettangolo di gioco. Disciplina tattica, giocate semplici, corsa, abnegazione totale. E fattore C. Maiuscolo, perché fu anche grazie a quello che il team di Rehagel passò il girone. Quattro punti ottenuti con una sontuosa vittoria contro  i padroni di casa portoghesi, un pareggio contro la Spagna e una sconfitta contro la Russia già matematicamente eliminata. La Grecia avanza per differenza reti, grazie a un gol di Vryzas, all’epoca comprimario nella Fiorentina, nella gara persa con i russi per 2-1. Restano fuori gli spagnoli, eliminati dal Portogallo di Cristiano Ronaldo, Deco e Figo.

Quella Grecia era brutta, sporca e cattiva e quel tedesco, nato a pochi metri dalle fabbriche della Krupp, le aveva dato un’identità operaia. Un gruppo di api senza una regina, compatte fino allo stremo. Ai quarti, l’impresa più eclatante, eliminando la Francia campione in carica. La squadra di Zidane, Henry, Trezeguet, sbattuta fuori da un gol di Charisteas, un attaccante che non ritroverà mai in carriera la magia di quelle tre settimane. E così fu semifinale, con un tedesco a dettare le regole e un gruppo di umili greci pronti a eseguirle. Per l’Europa.

La gioia di Traianos Dellas dopo il gol

La gioia di Traianos Dellas dopo il gol

La Repubblica Ceca fu l’ultimo avversario prima della finale. Nedved, Poborsky, Rosicky, Baros. E in mezzo all’area Jan Koller, centravanti di due metri contro cui il greco Kapsis, 1,80 scarso,  ingaggia un duello stile Davide e Golia. La Grecia gioca una partita d’attesa, per dirla in modo istituzionale. Ma la verità è che non passa la metà campo per decine di minuti. Tutti aspettano che crolli, ma non succede. E nel tempo supplementare, Traianos Dellas inzucca la rete che porta tutti a Lisbona. È finale. Contro il Portogallo padrone di casa. La stessa squadra già battuta all’esordio.

Rehagel portato in trionfo alla fine dell'Europeo

Rehagel portato in trionfo alla fine dell’Europeo

Mai nella storia di un Europeo, la squadra ospitante è stata battuta due volte dalla stessa avversaria. I portoghesi hanno già perso con i greci e hanno passato la vigilia a preparare la festa per la città. Ingenui, perché sarà il loro Maracanazo. Come il Brasile del ’50 con l’Uruguay, con Angelos Charisteas al posto di Alcides Ghiggia. Stessi colori, biancoblù contro avversari che piangono in portoghese, con accenti diversi. Fu un’impresa che il calcio ellenico difficilmente potrà anche solo riavvicinare. Quella sera, in piazza Syntagma, c’era anche chi sventolava bandiere tedesche. Lo spread era un perfetto sconosciuto e il Paese rideva, fiducioso per il boom olimpico. Un’esplosione che è arrivata, ma non esattamente nel modo in cui era attesa. Una bolla grande come una penisola e tante balle raccontate da una classe politica irresponsabile. Quello che è successo dopo, è storia dei giorni nostri. Rehagel ha lasciato la panchina greca, ancora acclamato come un eroe, dopo il mondiale del 2010, chiuso con una sconfitta contro l’Argentina di Messi.

Quell’Argentina poi perse. Come ha fatto anche in Coppa America nel fine settimana, castigata da un cucchiaio ai rigori del cileno Sanchez. Che di nome fa Alexis, come l’uomo che ad Atene non mette mai la cravatta e che con Syriza ha messo a nudo le contraddizioni europee. Al gol di Sanchez, il Cile è esploso in una festa collettiva che non si vedeva dal 1988, quando un referendum popolare bloccò di fatto la dittatura di Pinochet. Il regista Pablo Larraìn, da quella storia, ne ha tratto un film commovente. Si chiama No, perché quelle furono le due lettere scelte dal popolo cileno. Le stesse urlate dai greci di oggi. Incroci, corsi e ricorsi. Un paio d’anni fa, Angela Merkel cercò di usare la figura di Rehagel come trait d’union. Ma non aveva calcolato che Otto, ad Atene ribattezzato Rehakles (vedi Herakles, ossia Ercole…), non può essere considerato un ambasciatore. La vittoria di Lisbona lo ha reso un semidio e la gente lo adora, senza necessariamente ascoltarlo.

Angela Merkel e Otto Rehagel.

Angela Merkel e Otto Rehagel.

In ogni caso in quel marzo del 2013, l’uomo che a bordocampo indossava solo tute sintetiche, passa tre giorni ad Atene cercando di fare da mediatore. Ha la giacca e la cravatta. Chiede gioco di squadra, ma non si capisce bene su quale panchina sieda. Verrà presto sollevato dall’incarico. E sicuramente si sarà sentito sollevato anche lui, resosi conto della situazione. C’era una volta un tedesco che guidava la Grecia. C’era una volta in cui la Grecia era sul tetto d’Europa.

“Parmageddon”, il giorno del giudizio per i Giovanissimi che vogliono lo scudetto prima di sparire

I Giovanissimi del Parma

I Giovanissimi del Parma. Anno di nascita 2000-2001. Alle 17 a Chianciano si giocano lo scudetto contro l’Inter

Fallire, a 14 anni, ha un sapore diverso da quello dato dagli adulti. È un bacio non ricevuto a una festa, la prima caduta dal motorino o una punizione familiare per un brutto voto. Piccoli e banali fallimenti. A quell’età, fallire è gratuito e consigliato. Tutta esperienza, dicono. E dopo un po’ non si cade più, si trova il modo di sfangarla fra i banchi e alle feste. Labbra su labbra, mese dopo mese, si cresce.

Fallire dopo 102 anni, invece, è una via senza ritorno. Non c’è una morale da cercare ma solo saracinesche da abbassare e conti che non tornano, né torneranno mai. Il Parma è finito così, dopo sei mesi di agonia, schiacciato da un debito di 218 milioni di euro. Fine orribile di un anno tragico. Una marcia trionfale suonata al contrario. Fino a spegnersi. Al Tardini l’Aida di Verdi, fedele sottofondo dei calciatori parmensi all’ingresso in campo, non risuonerà più per molto tempo.

Eppure, in questa stagione da tregenda, c’è spazio per una favola. Non una fiaba per bambini, ma una storia pazzesca scritta da sbarbati adolescenti. A scriverla sono i Giovanissimi del Parma. Un gruppo di ragazzi nati nel 2000 e 2001, stagione in cui gli emiliani schieravano Buffon in porta, protetto da Cannavaro e Thuram. Questa squadra sarà l’ultima a portare il nome del Parma Fc in una competizione ufficiale e lo farà in una finale scudetto. In una surreale domenica di giugno, a Chianciano, provincia di Siena, un manipolo di quindicenni inseguirà un titolo che non troverebbe mai una bacheca. Un tricolore che non potrebbe mai essere cucito su una maglia che da lunedì non esisterà più. E proprio per questo, Parma-Inter è davvero una partita speciale.

Emmanuel Manu Gyabuaa, 14 anni a settembre, 4 gol nella final 8 di questi giorni

Emmanuel Manu Gyabuaa, 14 anni a settembre, 4 gol nella final 8 di questi giorni

Associare queste due squadre a una sfida decisiva per lo scudetto fa venire in mente il 2008. Era il 18 maggio e Ibrahimovic sotto la pioggia regalava il titolo all’Inter di Mancini, spedendo il Parma in serie B. I ragazzi che andranno in campo a Chianciano erano alle elementari all’epoca e forse non se la ricordano. Qualcuno che non dimentica quella doppietta fatale però c’è di sicuro. Si chiama Emmanuel Manu Gyabuaa, il 21 settembre compirà 14 anni, gioca col numero 10 e fa cose che a quell’età è difficile solo immaginare. Zlatan è il suo idolo e in qualcosa è già più avanti di lui: Manu ha il 48 di scarpe. L’asso svedese del Paris Saint Germain solo il 47. Venerdì ha segnato il gol che ha aperto la semifinale contro il Milan, vinta poi 2-1 con rete decisiva di Andrea Adorante, un centravanti del 2000 già nel mirino della Juventus. Pochi giorni prima, Gyabuaa aveva incantato tutti con una tripletta contro il Genoa. Un gigante in mezzo ai bambini, se non fosse che bimbo lo è ance lui.

La semifinale Parma-Milan

Nato a Monaco di Baviera e cresciuto nella bassa emiliana, Emanuel ha l’arroganza consapevole di chi sa di essere troppo più forte dei coetanei. Lo si capisce dalle giocate in campo e dalle frasi sui social network. Ride quando parlano di un interessamento del Manchester City per lui, ma la verità è che raramente si è visto uno così forte a quell’età. Gioca da centrocampista centrale, come Pogba, ma fa la differenza in qualsiasi zona del campo.

Accanto a lui, qualche metro più avanti, c’è Alex Guehi, un ragazzo ivoriano del 2000 che ha portato il Parma a giocarsi con queste finali con una doppietta nello spareggio contro il Torino. Ha il dribbling nel sangue e la porta sempre negli occhi. Uno che ha tutto per farcela. Così come Federico Adorni, portiere della nazionale under 15, forse il vero erede di quel Gigi Buffon che entusiasmava il Tardini mentre lui emetteva i primi suoni. Nomi che sopravviveranno alla fine del Parma calcio, ma che per un pomeriggio saranno gli ultimi alfieri di una storia centenaria. Così piccoli e con una responsabilità così grande.

Maurizio Neri, allenatore dei Giovanissimi del Parma

Maurizio Neri, allenatore dei Giovanissimi del Parma

Il loro allenatore, Maurizio Neri, è uno che ha giocato nel Napoli di Maradona e suonato con i Timoria. È rock senza bisogno di finti giovanilismi. Ha visto i primi soldi solo qualche settimana fa grazie al lavoro dei curatori fallimentari, ma non ha mai pensato di abbandonare i suoi ragazzi. Impoverito nel portafoglio, arricchito nell’anima da un gruppo che andava in campo ad allenarsi e tornava negli spogliatoi senza la certezza di trovare panche e sedie. Pignoramenti, debiti, sequestri. Ogni giorno come se fosse l’ultimo. Fino a questo incredibile 28 giugno. L’ultimo giro di giostra concesso a un gruppo di bambini che aspetta solo di vedere il pallone a centrocampo. Poi sarà sfida all’Inter. A un gruppo di coetanei, gli stessi da cui ricevettero un passaggio in pullman quattro mesi fa per arrivare a Pescara a giocarsi la Nike Cup. I pulmini della società erano già finiti in qualche asta giudiziaria e i nerazzurri si mossero per non lasciare a piedi i sogni di quelli che suona strano anche chiamare avversari.

Alla fine l’Inter l’ha pure vinta quella coppa, in finale proprio contro quelli che aveva scarrozzato e che adesso vogliono la rivincita. Vincere uno scudetto, esultare e poi sparire. Coriandoli di gloria lanciati da ragazzini per coprire la sfilata di pagliacci mascherati da imprenditori. Se il Parma calcio ha un debito che lo costringe a chiudere i battenti, il mondo del calcio ne ha uno con questi quattordicenni capaci di regalare un’emozione che non potrà più tornare. Non con quella maglia. È arrivato il giorno finale. Poi saranno fazzoletti o abbracci. Poi non resterà nulla. O forse rimarrà ogni singolo minuto di una finale che idealmente, giocano giovanissimi, anziani, donne  di Parma e tutti quelli che per mesi hanno lavorato senza mai vedere un euro.

Alle 17 a Chianciano l’Inter affronta una squadra che, senza retorica, non ha domani. In tribuna più di qualcuno è pronto a far risuonare l’Aida per l’ultima volta da casse portatili. Una marcia trionfale comincia sempre con un piccolo passo. E finisce solo con l’ultimo passo.

Il coraggio di un padre su un barcone, i sogni di un ragazzo in un pallone. La favola di Donsah e di papà Twaku

Godfred Donsah con la maglia del Cagliari

Godfred Donsah con la maglia del Cagliari

Una porta da oltrepassare e una in cui fare gol. La prima è liquida, senza traverse né pali, con un portiere invisibile pronto a respingere ogni tentativo. Anche quelli disperati, quelli da finale di partita, quando non hai più nulla da perdere. L’altra, se nasci in Ghana in una famiglia che fatica ad arrivare a fine giornata, esiste solo se qualcuno riesce a bucare la prima. Se l’anno prossimo Godfred Donsah potrà attaccare la porta dello Juventus Stadium, sarà grazie al coraggio di suo padre che otto anni fa è entrato in porta prima di lui. Senza pallone, a bordo di un barcone. A Lampedusa, la porta d’Europa.

Era il 2007. Un anno difficile per l’economia ghanese, alle prese con il cambio della moneta e con una crisi delle esportazioni. Come tante famiglie di Accra, la capitale, i genitori di Donsah lavorano nelle piantagioni di cacao. Il Ghana è il secondo produttore mondiale dopo la Costa d’Avorio della pianta ma il Paese è cosparso di miseria. Il 28% dei ghanesi vive sotto la soglia di povertà e a casa del gioiellino del Cagliari le cose non sono troppo diverse. Twaku Tachi, padre di Godfred, decide che è il momento di andare. È una decisione ponderata, sofferta e improrogabile. Ha messo via un po’ di soldi per affrontare il viaggio. Sa di non averne abbastanza per mandare avanti la sua famiglia: una moglie e tre figlie. E Godfred, undici anni,  ormai l’unico uomo di casa.

imagesTwaku parte per l’Italia, il tempo supplementare delle sue speranze. Non potrà più guardare crescere suo figlio, lo stesso con cui l’estate precedente commentava il mondiale in Germania. Quello che vincemmo noi, quello iniziato con Italia-Ghana 2-0. Nella coppa del mondo non c’è andata e ritorno. L’ avversario va affrontato una volta, dando tutto, senza pensare a gestire le energie. Il mondiale di Twaku Tachi è quel viaggio Accra-Lampedusa, un’andata che non prevede ritorno, affrontando squadre libiche che hanno un concetto di catenaccio fin troppo letterale. La piattaforma su cui s’imbarca il padre di Donsah è un calcio d’angolo a tempo scaduto con la confusione in area e il portiere che sale a cercare il miracolo. È l’estremo tentativo di salvarsi, è il naturale spirito di sopravvivenza di un padre di famiglia.

Una scena di Pummarò, film del 1990 sull'immigrazione in Italia

Una scena di Pummarò, film del 1990 sull’immigrazione in Italia

Il destino accoglie le preghiere e pochi giorni dopo un clandestino inizia a raccogliere pomodori in Campania. Come Kwaku, il protagonista di Pummarò, il primo film italiano sull’immigrazione moderna. Uscì 25 anni fa, ma potreste trovarlo attuale guardandolo domani. Twaku e Kwaku, entrambi dal Ghana. Realtà e finzione a braccetto, anche nell’idea fissa di puntare verso il nord Italia. Nel film l’immigrato cerca di guadagnare soldi per pagare gli studi all’irreperibile fratello. Nell’Italia del 2007, il signor Tachi cerca di sfamare una famiglia lontana 4500 chilometri. Trova il modo di farlo nella burbera Lombardia, in una Como inizialmente ostile e diffidente. Un lavoro da magazziniere, i primi segni di un’insperata stabilità e la voglia di avere accanto i propri cari. Sono passati quattro anni da quel viaggio Accra-Lampedusa, il tempo che passa fra un mondiale e l’altro. Questa volta tocca al figlio partire, ma grazie a papà Twaku, Godfred può arrivare in aereo.

Donsah nel giorno dell'esordio in serie A con la maglia del Verona

Donsah nel giorno dell’esordio in serie A con la maglia del Verona

Ha un permesso di soggiorno temporaneo. Inizia ad allenarsi con le giovanili del Como. La squadra è in Lega Pro e non può tesserare un extracomunitario. È un peccato, perché quel ragazzo che si meraviglia nel vedere tanti ragazzi indossare le scarpe coi tacchetti per calciare un pallone, ha veramente talento. Se ne accorge un ex giocatore di serie A,  dirigente del Varese dal 2004 al 2011: si chiama Sean Sogliano e quando diventa direttore sportivo del Palermo pensa subito a quel ghanese che corre senza stancarsi mai. Vorrebbe portarlo in Sicilia per un provino ma per la burocrazia italiana c’è qualcosa che non va. I documenti di Donsah sono scaduti, deve tornare in Ghana. Potrebbe essere la fine dei suoi sogni, ma Sogliano non molla. Godfred viene convocato a Palermo per un provino. Lampedusa non è troppo lontana da lì, chissà quante volte Godfred pensa a cosa significasse la Sicilia per suo padre. A quanto ha sofferto per arrivare su quella terra e per far sì che lui potesse avere una speranza.

Sean Sogliano, scopritore di Godfred Donsah

Sean Sogliano, scopritore di Godfred Donsah

Nel Palermo non trova spazio, ma può contare su un amico che gli dà la spinta per continuare a crederci. E’ un suo connazionale, si chiama Afriyie Acquah. Anche lui viene da Accra, ha quattro anni più di lui e una strada già tracciata. Diventano grandi amici, Acquah gli regala le scarpe per giocare. Entrambi sono cresciuti nel mito di Michael Essien, il centrocampista che ha fatto le fortune del Chelsea prima di arrivare da pensionato al Milan. La serie A è lì vicina, ma la burrascosa stagione del Palermo non consente investimenti sui giovani. Il ds Sogliano si dimette prima di Natale, la squadra si salva nelle ultime giornate. Come per suo padre, la Sicilia è solo una terra di passaggio prima di andare al nord. Non più Como, ma Verona, dove Sogliano è andato a fare il dirigente. Godfred arriva in Veneto a 17 anni. Finalmente ha tutti i documenti in regola e nella squadra Primavera fa scintille. L’allenatore, Andrea Mandorlini, lo fa esordire in serie A. E’ il 19 aprile del 2014. Lo stesso giorno, nel 1937, Mussolini varò la prima legge a tutela della razza. Un decreto in cui si vieta agli italiani di sposare donne nere. Oggi ci fa sorridere pensare a quei signorotti a braccio teso che certificano la volontà di tenere alla larga una Naomi Campbell o una Rosario Dawson. Questioni di pelle, di presunta superiorità di una razza sull’altra.

Bambini che giocano a Accra, capitale del Ghana.

Bambini che giocano a Accra, capitale del Ghana.

Anche Godfred oggi può sorridere. Può farlo nonostante il suo ultimo campionato, al Cagliari, sia finito con una retrocessione. A 19 anni, alla prima stagione vera in serie A, è stato una delle poche note liete dei sardi. Una furia a centrocampo, una spina nel fianco più avanti: due gol segnati e sprazzi di adrenalina che hanno conquistato la dirigenza della Juventus. Adesso vorrebbero portarlo a ogni costo a Torino, dove è arrivato, sulla sponda granata, anche l’amico Acquah, quello che a Palermo gli regalava le scarpe. Sarebbe un derby speciale al di là di ogni retorica.
E papà Twaku che fine ha fatto? Beh, la vita a volte è una porta che gira. Se tuo figlio improvvisamente guadagna 12 mila euro al mese, se la Juve è pronta a sborsare 6 milioni per averlo, adesso tocca a lui prendersi cura di te. E anzichè raccogliere pomodori nei campi, magari ora puoi vivere cucinandoli per Godfred, in una casa in Sardegna da cui vedi il mare. Forse Godfred andrà a Torino, forse resterà a Cagliari un altro anno, per risalire dalla serie B.
Twaku intanto può sorridere. Le onde che vede da casa sono davvero diverse rispetto a quelle di otto anni fa.

Bjarnason, l’Islanda e D’Annunzio. Storia di un sogno rubato e di un impossibile blitz a Reykiavik

Uno scorcio di Reykjavik

Uno scorcio di Reykjavik

Jules Verne diceva che l’Islanda era la porta per arrivare al centro della terra. Lo scriveva in uno dei suoi romanzi più famosi, Voyage au centre de la Terre. Se lo chiedete a un islandese, molto probabilmente vi dirà che lo sa benissimo. Non tanto perché ci vive, quanto perché il clima di Reykjavik e dintorni invita il popolo locale a passare molto tempo sui libri. E infatti la terra dei geyser e dei ghiacciai è anche quella col maggior numero di libri letti in rapporto alla popolazione. Gente colta, amante del teatro:  230 mila biglietti venduti ogni anno su un totale di neanche 300 mila abitanti. Talmente innamorati delle proprie recite, da richiamare un artista sul proprio palcoscenico, strappandolo alla sua performance finale.

Birkir Bjarnason, 12 gol in 42 partite quest'anno con il Pescara.

Birkir Bjarnason, 12 gol in 42 partite quest’anno con il Pescara.

L’attore in realtà è un centrocampista del Pescara e il centro della sua terra, martedì 9 giugno, non sarebbe stato il cratere del vulcano Sneffels caro a Verne, ma la gaudente Bologna. Esattamente allo stadio Dallara. È lì che Birkir Bjarnason avrebbe dovuto giocare la partita decisiva per la promozione in serie A del club abruzzese. Una gara senza domani, il match di ritorno della finale dei playoff di serie B dopo lo 0-0 di venerdì 5 a Pescara. Avrebbe dovuto giocare, ma non potrà. La federazione islandese gli ha vietato di scendere in campo per l’incontro più importante della sua carriera. Venerdì 12 l’Islanda ospita infatti a Reykjavik la Repubblica Ceca per la sesta giornata delle qualificazioni agli Europei del 2016. L’Islanda, mai arrivata alla fase finale, è seconda. Un punto dietro ai cechi, cinque di vantaggio sull’Olanda. Si qualificano le prime due del girone, ma anche le terze hanno buone probabilità di passare il turno, fra calcoli e spareggi. Un match importante, ma con un domani e un dopodomani. Niente, gli islandesi non sentono scuse. “Birkir è convocato e abbiamo bisogno di averlo a disposizione per tutta la settimana di preparazione”, hanno tuonato i dirigenti federali. La società abruzzese aveva offerto di accompagnare il giocatore dopo la gara con un jet privato in Islanda. Nein.

Bjarnason con la maglia del Pescara

Bjarnason al tiro  con la maglia del Pescara

Oggi Bjarnason è a Reykjavik, vittima di regolamenti Uefa che passano come bulldozer sui club minori e sui sentimenti di chi li segue. Non rispondendo alla convocazione, il centrocampista verrebbe squalificato per mesi. Birkir, un ragazzone che assomiglia a Thor ma col nome simile a una celebre borsa di Hermès, adesso si trova all’ombra di un vulcano e non sotto le due Torri bolognesi.  Si allena per una partita che nella sua testa non potrà mai avere il valore di una finale. È un professionista, ma anche  un ragazzo di 27 anni e quando scende in campo ha il piglio del guerriero e l’animo del fanciullino. Il saggio di fine anno, quello in cui avrebbe avuto tutti gli occhi puntati addosso, potrà solo guardarlo da uno schermo. Lontano dalla scena, a 3000 chilometri di distanza. Capriccio di una patria insensibile ai sogni di un bambino desideroso di fare l’ultimo giro di giostra. Quello più importante. Per tutta la stagione è stato il trascinatore di un gruppo che, giornata dopo giornata, è arrivato a giocarsi un’improbabile promozione. Biondo, alto e con gli occhi azzurri, Birkir è stato il principe azzurro che ha portato Cenerentola al gran ballo. Ma in questa favola storta, è lui a perdere la scarpetta prima di mezzanotte. Birkir deve tornare a casa e la sua bella resta là. Ha davanti undici avversari e 30 mila bolognesi che la tratteranno male.

12 settembre 1919: Gabriele D'Annunzio entra a Fiume, proclamando l'annessione della città al Regno d'Italia.

12 settembre 1919: Gabriele D’Annunzio entra a Fiume, proclamando l’annessione della città al Regno d’Italia.

Per colpa dell’Islanda, Cenerentola se la dovrà cavare da sola. Dovrà vincere le paure e i rimpianti. Solo allora potrà riabbracciare  l’uomo che le ha insegnato a ballare, magari incontrandolo a metà strada, in quell’Inghilterra in cui Birkir andrà quasi sicuramente l’anno prossimo. Destinazione Leeds, Premier League. L’ultima scena di un amore a cui non è stato concesso il bacio d’addio. Roba da imbestialirsi. E da ribellarsi, come avrebbe fatto senz’altro il vate Gabriele D’Annunzio, pescarese doc e idealista rivoluzionario. Se fosse vissuto oggi, probabilmente sentireste parlare di un’occupazione militare di Reykjavik da parte di 2600 uomini. Tanti quanti gli avventurieri della celebre “impresa di Fiume” del 1919 e , guarda caso, tanti quanti saranno oggi i pescaresi sugli spalti del Dallara. Quel giorno di settembre, il poeta entrò trionfalmente nella città slava. Al confine un generale cercò di dissuaderlo, ma lui aprì il pastrano e tuonò perentorio: “Lei non ha che a far tirare su di me, Generale!”. Nessuno sparò. Se oggi sbarcasse a Reykjavik, non troverebbe neanche un esercito a fermarlo. L’Islanda non ha più un corpo militare dagli anni ’40.  Con un rapido blitz potrebbe compiere “il ratto di Birkir” e regalare piacere ai suoi conterranei. Per il lieto fine di questa favola amara, forse ci sarebbe voluto davvero un poeta visionario. O forse solo il buon senso di una federazione.

Més que un club. Il Barcellona e i culés, i suoi tifosi a culo di fuori. Qualcosa che forse non sapete sulla squadra più famosa del mondo

La scritta "Més que un club" sugli spalti del Camp Nou a Barcellona

La scritta “Més que un club” sugli spalti del Camp Nou a Barcellona

Messi, Suarez, Neymar, Iniesta. Tutti nella stessa metà campo, tutti in una quarantina di metri, tutti con la stessa maglia. Basterebbero questi quattro nomi per spiegare la grandezza del Barcellona. Ma il Barça è molto più di qualche fuoriclasse. “Més que un club”. Più di una squadra, come disse Agustì Montal, presidente del Barcellona dal 1969 al 77. Anche grazie a questo slogan, rigorosamente col catalano “més” anziché con lo spagnolo “màs”, diventò il 33esimo presidente del club e a metà mandato riuscì a portare in Catalogna Johann Cruyff, la perla più preziosa del calcio degli anni ’70.

Agosto 1973: Agustì Montal con Johann Cruyff. Il momento della firma del contratto.

Agosto 1973: Agustì Montal con Johann Cruyff. Il momento della firma del contratto.

Més que un club è scritto a caratteri cubitali sugli spalti del Camp Nou, lo stadio di casa dei catalani. E, grazie agli scenografi dell’Uefa, l’espressione verrà riproposta anche nel settore riservato ai tifosi blaugrana a Berlino. Un tatuaggio dell’anima per i tifosi “culés”. Non li ho offesi, tranquilli. E ora vi spiego perchè li ho chiamati così.  Sapete certamente che gli juventini sono universalmente conosciuti come “gobbi”. Un nomignolo nato negli anni ’50, quando le divise da gioco dei bianconeri, larghe e dozzinali,  facevano assomigliare, durante le partite, i calciatori al Quasimodo di Notre Dame. Gobbi per sempre, per un difetto nel vestiario.

Una visione dall'esterno dell'Escopidora dei tifosi del Barcellona. Il termine "culès" nasce così.

Una visione dall’esterno dell’Escopidora dei tifosi del Barcellona. Il termine “culès” nasce così.

Il termine “culés” nasce invece addirittura prima della Grande Guerra. Non per un problema coi pantaloncini, nè per la buona sorte del club catalano. Tutta colpa del vecchio stadio di Barcellona, la leggendaria Escopidora di calle Industria. Un impianto in cui i blaugrana giocarono dal 1909 al 1922, l’epoca dei primi successi. E con le prime vittorie, arrivava sempre più gente sulle tribune dell’Escopidora. Troppa, vista la capienza dello stadio: solo 6 mila posti. Il rimedio che i tifosi adottarono fu molto semplice: arrampicarsi sopra il muro di recinzione e tifare Barça da là sopra. Chi passava da fuori li vedeva ingobbiti e con il sedere mezzo di fuori. I culetti dei tifosi del Barcellona diventarono proverbiali. Da allora un catalano per dire che tifa Barcellona, dice “yo soy culé”.

E un vero tifoso del Barça ha anche un posto speciale in cui festeggia tutti i trionfi della propria squadra. Ce l’hanno tutti, direte voi. La Juventus ha piazza Castello a Torino, la Roma ha il Circo Massimo, le milanesi hanno Piazza del Duomo. In realtà quelli sono semplicemente luoghi di spontanea aggregazione. Anche le Ramblas a Barcellona lo sono, ma i tifosi catalani festeggiano in un punto preciso della celebre strada della città di Gaudì. Esattamente davanti a una fontana, la fuente de Canaletas, zona nord della Rambla. I bagni di folla avvengono lì per una ragione storica.

La mitica fuente de Canaletas senza tifosi

La mitica fuente de Canaletas senza tifosi…

Negli anni ’30, in un palazzo davanti alla fontana, al numero 13, c’era infatti la redazione del periodico sportivo “La Rambla”. La copertura mediatica del calcio catalano di allora era tutta lì. Senza radio, televisioni, né tanto meno internet, le persone accorrevano sotto la sede del giornale per sapere in anteprima i risultati delle partite fuori casa del Barcellona. Un solerte redattore scriveva su una grossa lavagna il punteggio del Barça. E tutti là sotto seguivano la mano e il gesso. Erano gioie o dolori, boati euforici o mugugni di delusione.

...e con i tifosi del Barcellona dopo la vittoria di un trofeo

…e con i tifosi del Barcellona dopo la vittoria di un trofeo

Alla fine di quel decennio, il periodico chiuse i battenti. La guerra civile era diventata una preoccupazione più grande rispetto a un risultato di calcio. Il giornale sparì e con esso anche la “pizarra” dove venivano annotati i punteggi, ma da allora ogni vittoria del Barcellona si celebra ancora là sotto. Tutti sotto un’immaginaria lavagna, tutti bagnati di vino tinto e inebriati di blaugrana. Essere culé non è indossare una maglia con il nome di Messi o Neymar. È andare alla fonte, per ritrovarsi.

Nessuno fermi quell’orologio. La miracolosa salvezza dell’Amburgo e del Bundesliga Uhr

Una recente immagine del Bundesliga Uhr, l'orologio che scandisce il tempo di permanenza dell'Amburgo nella massima serie tedesca

Una recente immagine del Bundesliga Uhr, l’orologio che scandisce il tempo di permanenza dell’Amburgo nella massima serie tedesca

Il boia del tempo scuote la testa e fa marcia indietro. Ancora una volta. 51 anni, 281 giorni e 5 ore. Poteva fermarsi così l’orologio dell’Imtech Arena, lo stadio di Amburgo. Fra primo e secondo anello, un contatore indica il tempo di permanenza degli anseatici in Bundesliga. Numeri che cambiano ogni secondo, ma che simboleggiano una verità incrollabile: mai retrocessi in serie B. O Zweite Liga, come la chiamano i tedeschi. Gli unici in tutta la Germania a essere sempre stati nella massima serie fin dal 1963, l’anno in cui tutto cominciò.

Anche stavolta l’orologio continuerà a correre. Perché l’Amburgo si è salvato di nuovo, dopo essere arrivato terzultimo in campionato. Lo ha fatto all’ultimo secondo, in un drammatico doppio spareggio contro la terza del campionato cadetto, il Karlsruhe. Un 1-1 casalingo nella gara di andata da togliere il sonno. Poi il match di ritorno, lunedì, nella capitale del Baden. La stessa da cui nel 1984 venne spedita la prima email tedesca della storia. Una città abituata ad anticipare il tempo, ma incapace nel fermarlo.
Eppure il Karlsruhe è stato veramente a un passo dal reset del Bundesliga Uhr.

Gli bastava uno 0-0 per ottenere la promozione. E a 12 minuti dalla fine è addirittura riuscito a passare in vantaggio. Rete di Reinhord Yabo, 23 anni, in contropiede. Il killer del tempo, per qualche minuto. In panchina Bruno Labbadia, l’allenatore dell’Amburgo, guarda l’orologio. Quello che ha al polso, quello che dice che bisogna muoversi. Quelle lancette che da mezzo secolo sono l’orgoglio della città, corrono verso il loro annullamento. Novantesimo. Il tempo è scaduto. C’è solo da recuperare qualcosa. 4 minuti di tempo, 51 anni di storia.

Marcelo Diaz (al centro) esulta dopo il gol che ha salvato l'Amburgo dalla retrocessione

Marcelo Diaz (al centro) esulta dopo il gol che ha salvato l’Amburgo dalla retrocessione

Marcelo Diaz da Santiago del Cile, numero 20 dell’Amburgo, sistema il pallone per l’ultima preghiera. È un calcio di punizione dal limite. A 620 chilometri da lì stanno per staccare la spina. Aspettano ancora un momento, occhi lucidi, cuore in mano. Forse pensano ai cattivi presagi di tutta la stagione. Uno su tutti, l’orologio rubato al difensore centrale Johann Djourou. Valore di mercato: 100 mila euro. Sembra tutto scritto: un prezioso orologio che sparisce, un contatore di emozioni che finisce.

L’impari lotta dell’uomo contro il cronometro è ormai disperata. Se avete vissuto momenti felici nelle vostre vite, pensate a quegli attimi come a “istanti in cui il tempo si è fermato”. Ecco,a Karlsruhe, inseguire la felicità è fare qualcosa che non fermi il tempo. Il cileno conta i passi. La rincorsa dell’uomo di Santiago è il cammino della speranza. Il tiro di Diaz è guidato da un grande orologiaio che non permette al suo bambino di fermarsi. Pallone sopra la barriera e poi nell’angolino alla destra del portiere. Gol. Parità. Prolungamento del tempo. Nel senso di supplementari, ma non solo.

Nikolai Müller, autore del gol vittoria al 115'

Nikolai Müller, autore del gol vittoria al 115′

I minuti successivi si trascinano stancamente. I rigori sembrano ormai l’ovvio epilogo di una sceneggiatura che aspetta di capire se sarà una commedia o un dramma, ma il dio del tempo ha deciso di dare un’altra sistemata agli ingranaggi. Minuto 115. Nicolai Müller, ex bandiera del Greüter Furth, la squadra contro cui l’Amburgo si salvò l’anno scorso agli spareggi, riceve un cross da Cleber. Destro secco, palla in fondo alla rete. 2-1 per l’Amburgo. Ora davvero non c’è più tempo. Il Bundesliga Uhr continua a correre, come se niente fosse. Il Karslruhe avrebbe anche un rigore, cinque minuti dopo, per riaprire la gara. Ma il manovratore occulto delle lancette ha deciso che non si scherza più con lui. Penalty sbagliato, fischio finale.

Il quadro Der Wanderer di Caspar David Friedrich, custodito alla Künsthalle di Amburgo. È del 1818.

Il quadro diFriedrich, custodito alla Künsthalle di Amburgo. È del 1818.

Le nubi se ne vanno, torna il sole. Restano soltanto nel quadro più famoso di Amburgo, Der Wanderer, il viandante di fronte a un mare di nebbia. Caspar David Friedrich lo dipinse 200 anni fa ed è da allora l’icona del romanticismo tedesco. Un uomo solo di fronte alla nebulosità dei suoi dubbi e alle rocce emergenti delle sue certezze. Se Friedrich vivesse oggi forse dedicherebbe il dipinto agli ultimi romantici del calcio tedesco. Il viandante avrebbe una maglia rossa e la scritta Diaz sulle spalle. E al posto delle rocce, una semplice scritta: niemals Zweite Liga. Mai stati in B.

I momenti salienti dello spareggio fra Karlsruhe e Amburgo

1915: la finale che non si giocò mai. Un campionato finito in trincea

Forte Verena, il luogo da cui partirono le prime cannonate il 24 maggio del 1915

Forte Verena, il luogo da cui partirono le prime cannonate il 24 maggio del 1915

Forte Verena, altopiano di Asiago, provincia di Vicenza. Nella notte fra 23 e 24 maggio del 1915, partirono da qui i colpi di cannone che sancirono di fatto l’ingresso nella Grande Guerra dell’Italia. Un’entrata al fianco della Triplice Intesa, quella formata da russi, francesi e inglesi, contro austriaci e tedeschi, alleati ripudiati. Il conflitto del 15-18 aveva per l’Italia lo scopo di rivendicare le terre irredente, cercando di ripristinare l’unità territoriale. Vincemmo, ma a un prezzo carissimo. E fu una vittoria mutilata. Quando esplosero le prime cannonate, nessuno pensava infatti che quella Guerra avrebbe meritato la maiuscola nei libri di scuola. Ma fu proprio così: morirono almeno 600 mila italiani e gli insoddisfacenti trattati di pace successivi, aprirono le porte a un desiderio di vendetta nazionalista. Benito Mussolini cavalcò quel malcontento e quello che successe vent’anni dopo lo sapete tutti.

E quella decisione di “armarsi e partire” ebbe ripercussioni anche nel calcio dell’epoca. La serie A dell’epoca si chiamava Prima Categoria ed era divisa in raggruppamenti regionali che via via si assottigliavano, mandando avanti le migliori. Che alla fine erano sempre le stesse: Genoa, Torino, Pro Vercelli, Inter, Milan, Juve e Casale. Il pallone era una questione prettamente settentrionale, anche se il centro sud cominciava a muovere i primi passi, specialmente nella Capitale e a Napoli. Domenica 23 maggio del 1915 si doveva giocare l’ultima giornata di campionato. L’ultima del girone settentrionale, quello che di fatto assegnava il titolo di campione d’Italia. Diciamo “di fatto” perché da un paio d’anni la Federazione aveva introdotto una finalissima contro la vincente del girone del centro sud. Finita sempre tanto a poco. Un tennistico 6-0 del Pro Vercelli alla Lazio nel 1913 e un complessivo 9-1 del Casale sempre ai biancocelesti nel doppio confronto dell’anno successivo. [Read more…]

Chi ha fatto palo? Da Sordo a Djordjevic, storie di eroi mancati

La Juve festeggia la Coppa Italia, il laziale Candreva si dispera a terra

La Juve festeggia la Coppa Italia, il laziale Candreva si dispera a terra

Le mani sul volto. La testa scossa. Il triplice fischio dell’arbitro. La gioia degli altri. La disperazione di chi non ce l’ha fatta. Le corse sfrenate di chi ha vinto., l’immobilismo orizzontale di chi ha perso. Felicità e abbracci da una parte, lacrime e vuoto dall’altra. Finiscono sempre così le finali. È la meravigliosa crudeltà dello sport. C’è un vincitore e un perdente. Sempre. Cambiano gli attori ma la trama del film porterà comunque lì. E sarà lietissimo fine contro struggimento.

Per qualcuno il dolore della mancata vittoria è più fragoroso. Per qualcuno l’incredulità di aver preso la porta del Paradiso in faccia fa più male. Perché quel qualcuno poteva essere l’eroe e invece è solo il primo dei delusi. Soprattutto nel calcio, la distanza fra l’essere eroi e assistere in prima fila alla festa altrui si misura in centimetri.

Ed è successo anche in Juventus-Lazio, finale di Coppa Italia, giocata mercoledì sera all’Olimpico di Roma. Filip Djordjevic, attaccante dei biancocelesti, ripenserà a lungo a questa gara. Entrato sul finire dei tempi regolamentari, pochi minuti dopo l’inizio dei supplementari ha avuto l’appuntamento con la storia. [Read more…]

Da Giulianova alla serie A. Da Marcozzi ai posticipi, la leggenda del “Frosinòne culòne”

Dici Frosinone e pensi al miracolo di una squadra di provincia promossa in serie A. Come il Carpi, con poche settimane di ritardo. Ma se dici “Frosinòne”, con la o spalancata al mondo senza pudore, la prima parola che viene in mente è Giulianova. Se siete cresciuti con la Gialappa’s Band, sapete già dove sto andando a parare. Se non è così, godetevi questo video. Fra un paio di minuti, ci rivediamo qua sotto.

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