Francesco Cossiga, il sardomuto che si mise a picconare

Francesco Cossiga, capo di Stato fra il 1985 e il 1992

Francesco Cossiga, capo di Stato fra il 1985 e il 1992

Dopo l’uragano Pertini, il Quirinale è percepito in modo diverso rispetto al decennio precedente. Ma finita la stagione dell’emergenza, la politica sente il bisogno di rimarcare i confini. In chiave elettorale, la situazione è abbastanza fluida. Assorbita l’ondata emotiva seguita alla morte di Enrico Berlinguer, la Dc ha arginato l’avanzata del Pci. Funzionale in tal senso è il consenso registrato dai socialisti di Craxi, saldamente alla guida del governo.

Ciriaco De Mita e un giovane Francesco Cossiga

Ciriaco De Mita e un giovane Francesco Cossiga

A dare le carte nelle elezioni presidenziali del 1985 tocca di nuovo alla Dc e precisamente al segretario Ciriaco De Mita che impone senza esitazioni il nome di un cinquantasettenne sardo che ha vissuto un decennio complicato Francesco Cossiga. Nel nostro racconto lo abbiamo lasciato a Montecitorio, 1962, svenuto al momento dell’elezione di Segni. Ma sa quel giorno il giovane giurista sassarese che lavorava per lo zio appena eletto, ha fatto parecchia strada. Fiero anticomunista, nonostante la stretta parentela con Enrico Berlinguer (sono cugini), dimostra sia per maturità politica, sia nell’aspetto più dei suoi 57 anni. Nel discorso di inizio mandato, appare teso, pallido, col volto segnato dalla vitiligine. Ha somatizzato i fatti degli ultimi anni.

Quando le Br rapiscono Moro, Cossiga è ministro degli Interni. Lo statista pugliese non è un semplice collega di partito. È un amico vero, il primo a credere nelle sue capacità all’inizio degli anni ’60. Non aver potuto fare niente per fermare il calvario di Moro lo tormenterà per tutta la vita. Da presidente del Consiglio, incarico ricoperto fra l’estate del ’79 e quella dell’80, assiste inerme alle stragi di Ustica e Bologna. Sale al Colle con “prudenza, moderazione e buon senso”. Sette anni dopo, ripensare a quell’ingresso in punta di piedi farà sorridere.

La sua presidenza è da dividere in due fasi. La caduta del muro di Berlino è lo spartiacque della sua attività al Quirinale. Fino alla fine del 1989, Cossiga assolve le sue funzioni diligentemente. Una sorta di notaio. È una figura silenziosa e invisibile. Lo ribattezzano il “sardomuto”. Per comunicare usa prevalentemente un baracchino per radioamatori. I destinatari delle sue comunicazioni non sono gli italiani, ma appassionati di tutto il mondo che condividono il singolare hobby. Riempie di collaboratori sardi il Quirinale, sul quale s’ironizza possa sventolare presto la bandiera dei 4 mori.

9 novembre 1989: cade dopo 28 anni il muro di Berlino

9 novembre 1989: cade dopo 28 anni il muro di Berlino

I fatti di Berlino sono un elettroshock. “È tutto finito”, gli grida al telefono l’ambasciatore italiano nella Ddr. Il Cossiga “picconatore” invece inizia proprio in quella notte di novembre. Tutto a un tratto la “democrazia bloccata” italiana non ha più senso. Sveste i panni del notaio istituzionale e comincia a parlare a braccio. Non più agli amici radioamatori, ma a tutta la nazione. Va a braccio, senza titubanze. Invoca “il vento della libertà”, la “caduta del muro italiano”. Di fatto chiude l’epoca della conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti. La Dc scopre di trovarsi davanti un altro Pertini. Stavolta ce l’ha addirittura in casa. Perde qualsiasi remora. Confessa candidamente di aver fatto parte di un’organizzazione militare segreta, Gladio, voluta dalla Nato per prevenire l’espansionismo sovietico.

Coperina del settimanale satirico Cuore del 1990

Coperina del settimanale satirico Cuore del 1990

Caduto il muro, si vuole togliere autentiche pietre dalle scarpe. La sinistra s’infuria, i compagni di partito restano attoniti. Ma lui prosegue quotidianamente in una sistematica dissoluzione delle ipocrisie. Si fa scudo del fatto che molti suoi critici hanno scheletri voluminosi nell’armadio. I suoi rapporti con gli esponenti del panorama politico si fanno complessi. In un discorso alla fiera di Roma del 1991, definisce Craxi “un burattinaio qualunquista, anticipandone i nefasti destini giudiziari. In tanti lo ritengono pazzo, ma al di là di una forma di ciclotimia che gli provoca frequenti sbalzi d’umore, è lucidissimo. Confessa d’ispirarsi a certi personaggi del teatro elisabettiano. In sostanza, fa il matto per dire la verità.

Nel giugno del ’91, invia alla Camera un lunghissimo messaggio. Ottantadue cartelle in cui propone una profonda revisione costituzionale. In parole povere, esorta i deputati a fare uso dell’articolo 138 per rinnovare una carta costruita in un mondo che non è più lo stesso del 1946. Il parlamento lascia cadere il suo appello. I giornali, loro sì, impazziscono per stargli dietro. Sono costretti a inventare la figura del “quirinalista”, un cronista che ogni giorno raccoglie le sue “picconate”. Un termine entrato nel gergo giornalistico e suggerito dallo stesso Cossiga.

Apostrofa gli avversari politici con appellativi dispregiativi e farseschi. Occhetto, leader della sinistra post comunista, è lo “zombie coi baffi”; De Mita, suo principale sostenitore nel 1985, diventa il “Lepido di Nusco”, bollandolo come un boss di provincia intento a spartirsi il potere, come il triumviro romano che divise l’impero con Antonio e Ottaviano. Nella Dc ci si interroga su come placarlo. La sinistra di Occhetto, coadiuvata dai Radicali, chiede l’impeachment. Cossiga reagisce dimettendosi prima dal suo partito e poi dal suo incarico presidenziale.

Una tipica espressione di Cossiga

Una tipica espressione di Cossiga

Lascia il 25 aprile del 1992. È la sua liberazione. La seconda dopo quella del 9 novembre dell’89. La magistratura poche settimane dopo archivia le accuse nei suoi confronti. Nel frattempo è appena nata Tangentopoli. Ma quello Cossiga ce l’aveva già raccontato.

Sandro Pertini, un vecchietto rampante per unire il Paese

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Sandro Pertini, Presidente dal 1978 al 1985

La guerra civile italiana a bassa intensità ha raggiunto il suo punto più alto. I 55 giorni della prigionia di Aldo Moro si sono conclusi con la morte del leader democristiano. Una pugnalata al compromesso storico e ai tentativi di pacificazione fra le forze politiche. L’Italia è smarrita. Il governo ha scelto di non trattare con le Brigate Rosse. Un atto di fermezza pagato a caro prezzo. La politica si è trincerata dietro un esecutivo di solidarietà nazionale. Una soluzione d’emergenza. La sfiducia popolare nelle istituzioni è ai massimi livelli. Il successore di Giovanni Leone deve essere una figura d’impatto, capace di rappresentare un popolo che ormai guarda al Palazzo con sentimenti ostili e diffidenti.

Le consuete schermaglie passano in secondo piano. La questione morale tirata in ballo da Enrico Berlinguer diventa il requisito fondamentale per accedere al Quirinale. La priorità è trovare un simbolo in cui la nazione possa identificarsi. Una sorta di totem. L’identikit è fatto e risponde al nome di Sandro Pertini, un ligure di 82 anni, socialista della prima ora. Pertini riassume tutta la sofferta parabola del ‘900 italiano, un secolo di trionfi e tragedie. Di fughe e ritorni. Di carceri e liberazioni.

Viene eletto con la maggioranza più alta di sempre: l’83% dei votanti. Praticamente tutti, tranne i missini. Per salvare presente e futuro, i parlamentari scelgono la via dei valori costituenti: lavoro, solidarietà e antifascismo. Principi antichi che l’ottuagenario politico savonese riesce a modernizzare. Instaura da subito un rapporto empatico con il Paese. Si presenta come un nonno bonario capace di stare in mezzo alla gente. Ovunque ci sia bisogno di far sentire la presenza dello Stato, Pertini c’è sempre.

Porta il Quirinale in mezzo agli italiani. E apre le porte dell’edificio a tutti. Incontra bambini, anziani, lavoratori. Sempre, ostinatamente, dalla parte dei più deboli. Ama ed è amato. Se fosse una rockstar e provasse a tuffarsi dal palco, la folla potrebbe sorreggerlo per chilometri. Simpatia e rigore morale fanno di lui un esempio da seguire.

I suoi messaggi alla nazione con la pipa in bocca infondono sicurezza e tranquillità in un periodo di ripetute tragedie pubbliche e private. Parla un linguaggio semplice, dritto al cuore. Non si sente affatto un eroe, ma solo “il primo impiegato dello Stato”. Prende il Quirinale come un ufficio e ogni giorno, all’ora del tramonto, “stacca” e torna nel suo appartamento vicino alla fontana di Trevi.

Pertini e Giovanni Paolo II

Pertini e Giovanni Paolo II

È un ateo convinto, ma crea una relazione speciale con il nuovo papa, un polacco che ha i suoi stessi valori umani. Passano ore insieme a parlare, come due amici, dimenticando qualsiasi barriera religiosa.

Da un punto di vista politico, si rende protagonista di discutibili atti di esuberanza istituzionale. Un giorno, cercando di alleggerire la posizione della Dc nell’esecutivo, s’inventa la nomina di due viceministri non democristiani. È un’invenzione extracostituzionale. Tecnicamente una follia. Pertini chiede scusa e la questione si chiude lì. Abituato per indole a rompere gli schemi, usa lo stesso metro in politica.

S’intestardisce nell’assegnare la guida del governo a un esponente repubblicano, schieramento da sempre ago della bilancia per la tenuta dei precari esecutivi del Dopoguerra. Ci prova invano con La Malfa, ma ci riesce con Giovanni Spadolini. È il 1981 e per la prima volta l’Italia non ha un democristiano a Palazzo Chigi.

Pertini conferisce l'incarico a Bettino Craxi. È il 1983

Pertini conferisce l’incarico a Bettino Craxi. È il 1983

Due anni dopo pensa di affidare lo stesso incarico a Bettino Craxi, il leader del nuovo socialismo. Personaggi popolari e straordinariamente diversi. Due socialisti alla guida dell’Italia. Uno scenario che si realizza nel 1983. Preceduto da un inatteso momento di suspense. Craxi entra al Quirinale per ricevere l’incarico. Ma esce dopo pochi minuti. I cronisti s’interrogano sul motivo e trovano presto la risposta. Il futuro Presidente del Consiglio si è presentato in jeans. Pertini, più o meno gentilmente, lo ha invitato ad andarsi a cambiare.

Pertini esulta sugli spalti del Santiago Bernabeu. L'Italia è campione del mondo '82

Pertini esulta sugli spalti del Santiago Bernabeu. L’Italia è campione del mondo ’82

Negli occhi di tutti gli italiani resta la sua immagine festante dei mondiali di Spagna ’82. In quell’esultanza c’è l’orgoglio di una nazione che necessita di gioie, anche solo di una notte, per sconfiggere anni di dolore. Un bisogno semplice che nessuno come lui, eccezionalmente popolare senza falsi populismi, sa incarnare. Chiude il settennato nominando un cardinale come senatore a vita.

 

Il suo appello ai giovani del 1981 diventa il manifesto di una generazione. Se vedesse come stanno le cose oggi, con la disoccupazione giovanile al 44%, farebbe una sfuriata delle sue. O forse cercherebbe testardamente un modo per abbassarla. E se non ci riuscisse, troverebbe di sicuro parole di speranza. Autentiche. Senza spin doctor alle spalle.

Giovanni Leone, un napoletano al Colle con troppa gente intorno

Giovanni Leone, al Quirinale dal 1971 al 1978

Giovanni Leone, al Quirinale dal 1971 al 1978

Sette anni dopo l’elezione di Saragat, il Parlamento torna a riunirsi in seduta comune nel periodo natalizio. E anche stavolta la strada della decisione è in salita. I nomi in ballo sono Fanfani, Moro, di nuovo Saragat e Leone. Appare evidente che in un modo o nell’altro al Quirinale s’insedierà un democristiano. Ma le guerre intestine del partito di maggioranza determinano incertezza. Come nella tradizione delle precedenti elezioni, il candidato ufficiale viene ripetutamente “bruciato”. Questa volta “il supplizio cinese” evocato da Leone nel ’64 tocca ad Amintore Fanfani. I deputati del Manifesto lo irridono scrivendo sulla scheda frasi come “maledetto nanetto, non verrai mai eletto”. Il brevilineo statista aretino deve arrendersi dopo undici tentativi falliti.

La pista che porta a Moro viene scartata per logiche interne. In sostanza, il partito tende verso la destra, sospinto su questa linea da Giulio Andreotti, eterno burattinaio. Fra astensioni, veti e ricerche di compromesso, la soluzione Leone prende sempre più corpo. È già la terza volta che il giurista napoletano, riconosciuto come uno dei massimi penalisti italiani, si avvicina al Colle.

Nel ’62, due anni prima dello psicodramma di Natale, era stato a un passo dalla carica più prestigiosa. Nel giorno dell’elezione di Segni, Leone aveva ricevuto una proposta “indecente” da parte di Palmiro Togliatti. Le sinistre erano disposte a far convergere i voti su di lui, pur di non avere il sardo al Quirinale. Leone, all’epoca Presidente della Camera, rifiutò. Si sarebbe messo in una condizione troppo difficile. Un democristiano spinto dai comunisti. Suonava troppo male. C’era da aspettare. E dopo la beffa del ’64, il sogno di Leone si realizzava alla vigilia di Natale. Dopo 23 scrutini, coi voti determinanti del Movimento Sociale di Giorgio Almirante.

C’è chi grida al rigurgito nostalgico, adducendo la breve militanza di Leone nel fascismo. Ma il nuovo presidente non è uomo di parte. È un mediatore, un uomo di diritto, un tifoso del Napoli e un personaggio pittoresco. Ma non certo un nostalgico. Con lui sbarca al Quirinale una famiglia chiassosa, composta dall’affascinante moglie Vittoria e tre figli maschi. Uno di essi, Giancarlo, è dal 2012 direttore di Rai 1.

La famiglia Leone ritratta al Quirinale

La famiglia Leone ritratta al Quirinale

Il Colle diventa un salotto per ospiti provenienti dal mondo della finanza, dell’industria e degli affari. E i maggiori problemi della presidenza Leone nascono proprio dalle sue frequentazioni. Di per sè infatti, i suoi sette anni sono deliberatamente incolori. È il primo Presidente a sciogliere le camere, ma fin da subito marca una rispettosa distanza dalle scelte politiche di governo e parlamento. Si limita a garantire l’osservanza della Costituzione. La sua politica internazionale è ricordata più per esuberanze da turista esagitato che per abili relazioni diplomatiche. Canta, balla, gioca.

Fa da notaio e da giullare. E piace alla gente che adora la sua genuinità partenopea. Ma tutto si spezza nel 1976. A febbraio scoppia uno scandalo internazionale. È una storia di tangenti che riguarda una compagnia aerea americana, Lockheed, che avrebbe corrotto politici di mezzo mondo per convincerli a dotarsi dei mezzi dell’azienda. L’amicizia di Leone con Crociani, amministratore delegato di Finmeccanica, coinvolto nella vicenda, viene ritenuta prova certa del suo coinvolgimento.

Uno degli aerei dello scandalo: l'Hercules della Lockheed

Uno degli aerei dello scandalo: l’Hercules della Lockheed

Qualcuno arriva a sostenere che sia uno dei grandi registi dell’intera operazione. Su consiglio di Andreotti, Leone sceglie di non difendersi dalle infamanti accuse. Si dice addirittura che “Antelope Cobbler” , nome in codice scoperto dagli inquirenti, sarebbe proprio lui. I giornalisti si buttano a capofitto sulla storia. Fioccano le inchieste, firmate da Gianluigi Melega e Camilla Cederna. Entrambi lavorano per “L’Espresso” . La Cederna scriverà, in coincidenza con la fine del mandato presidenziale un libro velenosissimo sulla carriera di Leone. Un pamphlet che le costerà una condanna per diffamazione e il pagamento di 35 milioni di lire come risarcimento.

Pisa, 1975: Leone fa le corna a un gruppo di contestatori

Pisa, 1975: Leone fa le corna a un gruppo di contestatori

Intanto Leone, nelle sue visite ufficiali, viene pesantemente contestato dalla gente. A Pisa, risponde agli insulti degli studenti facendo le corna. I maligni dicono che la moglie Vittoria le facesse a lui, senza usare necessariamente indice e mignolo. Col tempo accuse e campane denigratorie nei confronti di Leone si sgonfiano. Troppo tardi per salvare la poltrona presidenziale. Sull’onda della forte campagna denigratoria, i partiti cominciano a chiedere la sua testa. Polemiche che vengono congelate durante i drammatici 55 giorni della prigionia di Aldo Moro. Il Presidente è l’unico insieme ai socialisti a sostenere la linea del dialogo con le Brigate Rosse. Non viene ascoltato. Un mese dopo il ritrovamento del corpo dello statista pugliese, la pressione dei partiti per un suo addio anticipato si fa sempre più soffocante. Il 15 giugno è il giorno decisivo. Il Pci chiede formalmente le sue dimissioni. È il senatore Paolo Bufalini a portargli la formale richiesta del suo partito. Poche ore dopo, Andreotti e Zaccagnini, preso atto della situazione, lo “obbligano” alle dimissioni. Leone si convince che è arrivato il momento di togliere il disturbo.

Con sei mesi d’anticipo, lascia il Quirinale. Prima di farlo, rivolge uno struggente saluto televisivo agli italiani. “Avete avuto un presidente onesto per sei anni e mezzo”, dice. Una ventina di anni dopo Marco Pannella ed Emma Bonino si scuseranno pubblicamente con lui, riconoscendo di avere preso un abbaglio.

Giuseppe Saragat, il presidente che mandava telegrammi e sognava la terza via

Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica 1964 - 1971

Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica 1964 – 1971

Natale a Montecitorio. Non è un cinepanettone degli anni ’60, ma l’incredibile fotografia delle elezioni presidenziali del 1964. Le più inattese. L’ictus che ha messo fuori gioco Antonio Segni costringe il Parlamento a scegliere il nuovo inquilino del Quirinale a distanza di soli due anni dall’ultima proclamazione. Ma deputati e senatori non sono gli stessi del ’62. In mezzo c’è stata una tornata elettorale che ha registrato il flop del primo governo di centrosinistra.

Il Paese vive un periodo di recessione dopo i lucenti anni del miracolo economico. La Dc è ancora al potere ma le correnti interne fanno più rumore del solito. E nel segreto dell’urna, i nodi vengono al pettine. La segreteria democristiana punta ostinatamente su Giovanni Leone, giurista napoletano. Un uomo per tutte le stagioni, già titolare di un governo di transizione nel mezzo della crisi coi socialisti. Ma per il pittoresco politico partenopeo non è ancora arrivato il momento buono. Incassa quindici no. Lo definisce “un supplizio cinese”. Mettere d’accordo le varie anime del partito è impresa più ardua del solito.

Gli scrutini iniziano il 16 dicembre e proseguono anche a Natale e Santo Stefano. La gente, credendo che i politici siano pagati con “festivi” e “superfestivi” come se lavorassero in azienda, ritiene che temporeggino di proposito per fare cassa. Non è così, ma è il segno del calo di fiducia nella politica. La Chiesa riprova a mettere bocca, ma l’operazione provoca solo risposte ironiche. Come quella di alcuni parlamentari che scrivono sulla scheda “Lodovico Montini”, fratello del pontefice e deputato ultraconservatore. Di quale partito non serve dirlo.

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La prima pagina del Corriere della Sera del 29 dicembre 1964

Nel caos si fa strada un nome che Aldo Moro aveva in mente già due anni prima. Non è un democristiano, né un liberale. Era socialista ma si è staccato con la storica scissione di Palazzo Barberini del 1947. È anche, ironia del destino, l’uomo che involontariamente ha “causato” lo stato di infermità di Segni. E a quattro mesi dal diverbio col suo predecessore, Giuseppe Saragat diventa il nuovo Presidente della Repubblica. Sono stati necessari ventuno scrutini, ma almeno il messaggio di Capodanno è salvo. Saragat viene eletto il 28 dicembre, anche coi voti dell’ala destra del partito comunista. Quella in mano a Giorgio Amendola, suo compagno di prigionia in tempo di guerra.

Il nuovo capo di Stato è un torinese figlio di immigrati sardi. I suoi detrattori lo dipingono come un mezzo alcolista, ma sono commenti viziati dal peccato originale della scissione. Lo chiamano “social fascista”; gli danno del traditore. E si scandalizzano per le sue idee filoamericane e filoisraeliane. Ma il vero sogno di Saragat è creare una sinistra italiana che prenda come modello i laburisti inglesi e lasci perdere il dogmatismo sovietico.

Saragat con la figlia Ernestina nella sede del Psdi a Roma

Saragat con la figlia Ernestina nella sede del Psdi a Roma

Non ha una first lady. Da qualche anno è vedovo e l’unica donna accanto a lui è la figlia Ernestina che lo accompagna spesso in occasioni ufficiali. Brutalmente schietto, impulsivo, ma anche determinato come pochi. Fra tutti i presidenti eletti, è quello che ha la carriera politica più ricca. Un percorso fatto di amarezze, di scissioni e di ricongiungimenti. Un cammino che s’incrocia perennemente con quello del suo alter ego socialista, Pietro Nenni. Il sogno di una riunificazione socialista viene realizzato nel ’66 ma è un fuoco di paglia. Tre anni dopo ognuno riparte per la sua strada. I socialdemocratici mirano a essere una terza forza indipendente. L’ideale saldatura fra proletariato e classe media. Sogni, perché la realtà mostra un partito che si limita a una posizione di fiancheggiamento della DC.

Nei suoi accorati messaggi presidenziali si richiama alla responsabilità dei cittadini. Vuole dare l’idea di un capo dello Stato presente e attento a tutto ciò che succede. A volte esagera. Si congratula con il pugile Benvenuti per il successo in un incontro. E in un’epoca in cui i cinguettii sono solo suoni di uccelli, lo fa attraverso un telegramma. Ne invia dozzine ogni giorno. I napoletani lo soprannominano “don Peppino ‘o telegramma”.

Attraversa il ’68 e la strage di piazza Fontana. L’alba di un periodo difficilissimo, eppure Saragat coltiva l’ambizione di una riconferma. E la possibilità diventa un caso internazionale. I socialdemocratici tedeschi sarebbero arrivati a offrire 200 miliardi ai comunisti italiani per votarlo alle presidenziali del ’71. Una proposta che il segretario Luigi Longo porta a Mosca. Avrebbe significato autonomia finanziaria per il Pci. Al Pcus si va alla votazione. Per un solo voto, l’offerta viene rigettata. Morirà nel 1988, poco prima che l’universo socialista fosse travolto da Tangentopoli.

5 minuti con Stefano Esposito, l’uomo del supercanguro

esposito3Stefano Esposito, piemontese di Moncalieri, è un politico a cui è sempre piaciuta la velocità. Fino a due giorni fa era noto per essere il principale nemico dei manifestanti No Tav. La sua posizione fortemente favorevole alla linea ferroviaria gli aveva alienato i consensi del popolo della Val di Susa.

Dal 21 gennaio, l’alta velocità per Esposito ha assunto un nuovo significato. Non un treno che viaggia a 300 chilometri orari, bensì un maxiemendamento che in un sol colpo cancella 35mila emendamenti nella discussione per la legge elettorale.

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Antonio Segni, l’agricoltore sardo voluto dal Vaticano

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Antonio Segni, Presidente dal 1962 al 1964

Il 1962 è un anno cruciale per la politica italiana. La Dc, dopo vari tentativi andati a vuoto, si appresta a varare il primo governo di centrosinistra. Aldo Moro e Fanfani dettano la linea. Ma c’è scetticismo. Sono in tanti a temere che l’accordo coi socialisti possa rivelarsi un cavallo di Troia per i comunisti.

È in questo clima, fra sospetti e veti incrociati, che si tengono in primavera le quarte elezioni presidenziali. E in quest’occasione, la Chiesa vuole dire la sua. Il Vaticano preme per far sedere al Quirinale un candidato ostile al progetto di Moro e Fanfani. Il cardinale Montini, segretario di Stato nonché futuro Paolo VI, orienta i dirigenti della balena bianca su un nome preciso.

Un sardo: Antonio Segni, giurista di Sassari, esponente di punta della corrente dorotea. Per eleggerlo, ci vogliono nove scrutini, ma per la prima e unica volta nella storia delle Presidenziali, la Dc riesce a portare al Colle il suo candidato ufficiale. Un suo giovane collaboratore, al momento della proclamazione, l’11 maggio, sviene nei corridoi di Montecitorio per l’emozione. Non immagina certo che un paio di decenni dopo, sentirà lo stesso annuncio col suo nome. Il ragazzo svenuto si chiama Francesco Cossiga, è nipote di Segni e le parole che non riesce a dire in quel momento, le restituirà con gli interessi un ventennio dopo.

 

 

Segni è un agricoltore da generazioni. È un proprietario terriero, ma si batte per una riforma che garantisca una migliore ripartizione delle terre. Ama la Sardegna in modo viscerale. E ogni weekend torna nella sua regione, col volo Ciampino-Alghero. Se glielo lasciassero fare, guiderebbe anche l’aereo. L’aviazione è la sua grande passione.

Il governo di centrosinistra produce risultati deludenti nelle elezioni politiche del ’63. Sia democristiani che socialisti perdono consensi e intanto si affacciano all’orizzonte le nubi della prima crisi economica del dopoguerra.

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Segni con John Fitzgerald Kennedy nel 1963. Per entrambi sono gli ultimi mesi felici

Segni vorrebbe affidarsi a Mario Scelba, l’inventore della “Celere”, il ministro dell’Interno dal pugno di ferro. Se le condizioni politiche glielo permettessero, gli darebbe subito l’incarico per un “governo del Presidente”. Ma per senso di Stato e obbedienza al partito, dà nuovamente a Moro la possibilità di formare, nella prima metà del 1964, un nuovo esecutivo di centrosinistra.

Dubbi e paranoie attraversano l’animo del capo di Stato. Segni teme che i frequenti disordini che incendiano il Paese siano l’antipasto di un’imminente strategia sovversiva. Ha paura soprattutto dell’emergere di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare. Movimenti antagonisti con possibili derive terroristiche. E per prevenire un’escalation di violenza, progetta alcune contromisure.

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Il generale De Lorenzo

Nell’estate del 1964, contatta i più alti rappresentanti delle Forze Armate, tra cui il generale De Lorenzo, per sette anni capo dei servizi segreti. Sarebbe proprio lui l’ideatore del celebre “Piano Solo”, un progetto militare di emergenza per mantenere l’ordine pubblico. O forse un vero e proprio colpo di stato, secondo l’inchiesta de “L’Espresso” che nel 1967 fece luce sulla questione. Uno scoop che finì in tribunale, con la querela per diffamazione al direttore Eugenio Scalfari. Come per molti segreti della storia italiana, la risposta potrebbe essere in cassetti che difficilmente verranno aperti. Ma torniamo all’estate del ’64.

Crisi di governo, settimane di incontri e di decisioni rimandate. Alla fine, Nenni decide di appoggiare Moro in un nuovo tentativo di governo condiviso. La situazione sembra calmarsi.

Ma il 7 agosto durante un acceso diverbio con Saragat alla presenza di Moro, una trombosi paralizza il presidente Segni. Nessuno ha mai chiarito cosa sia davvero successo nel “salotto cinese” del Quirinale, ma l’Italia per quattro mesi si affida alla reggenza di Merzagora, presidente del Senato. Il sardo morirà otto anni dopo, senza mai riprendersi del tutto. E senza poter dire se il “Piano Solo” fosse qualcosa più di una forzatura giornalistica.

Giovanni Gronchi, da Pontedera al Colle

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Giovanni Gronchi, al Quirinale dal 1955 al 1962

Metà degli anni ’50. Morto De Gasperi, la Dc ha saldamente il controllo del Paese, ma per la leadership interna si è scatenata una guerra fra correnti. Gli eredi di Dossetti, capeggiati dal neosegretario Amintore Fanfani, hanno riportato a sinistra il timone di comando del partito. Cesare Merzagora, presidente del Senato ed economista di tendenze liberali, è il loro candidato ufficiale per il Quirinale. Una scelta di continuità.

Ma l’ala destra dello scudocrociato è riluttante. Orgoglio e logiche interne determinano il rigetto del nome proposto dalla segreteria. Andreotti e Gonella puntano su un cavallo diverso. Ed è una scelta sorprendente: Giovanni Gronchi.
Toscano di Pontedera, fondatore del Partito Popolare di Sturzo, proviene dal mondo dei sindacati bianchi.

All’interno del partito, è stato uno dei più critici oppositori dell’atlantismo di De Gasperi. Da anni presiede le sedute della Camera dei Deputati. Fanfani gli chiede di rinunciare alla candidatura, ma l’uomo di Pontedera non è per indole particolarmente incline al rifiuto.
E per 658 volte, lo stesso Gronchi, in qualità di Presidente della Camera, pronuncia il suo cognome. È il 29 aprile del 1955 ed è appena diventato il terzo Presidente della Repubblica. Umanamente è l’opposto del suo predecessore.

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Gronchi e la moglie

Amante della bella vita, ha sposato una donna più giovane di un quarto di secolo, l’avvenente Carla Bissatini. Laureato in Lettere antiche, è stato allievo di Giovanni Pascoli alla Normale di Pisa. Nel modo di vivere, c’è ancora una parte del fanciullino. Molto amante delle sue battute, meno di quelle su di lui.

Per uno sketch su una sua goffa caduta alla Scala di Milano accanto al francese De Gaulle, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello vengono cacciati dalla Rai. Un editto toscano in piena regola.

 

 

Ma la sua elezione è figlia anche della stima di cui gode trasversalmente nel mondo politico. Piero Gobetti, liberale ucciso dai fascisti nel 1926, lo definiva “l’uomo del domani”, considerando invece De Gasperi “l’uomo di ieri”. Gronchi arriva alla carica più alta dopo una vita altalenante e rapsodica. Sottosegretario per pochi mesi del primo governo Mussolini, abbandona la politica nel ventennio per fare il rappresentante di commercio. Partecipa alla lotta partigiana, ma non si lascia travolgere dall’americanismo dilagante nel Paese. La sua non è tanto un’avversione contro la politica degli Stati Uniti, quanto una volontà di riportare l’Italia in una posizione intermedia, possibilmente neutralista e autosufficiente.

Gronchi e Mattei

Gronchi e Mattei

Ed è su questo punto che stringe un legame forte con un industriale marchigiano destinato a cambiare per qualche anno le sorti italiane. Il suo nome è Enrico Mattei e le sue strategie imprenditoriali assomigliano molto alla visione di politica estera di Gronchi. Il neoatlantismo di cui sono diversamente artefici incarna il carattere ambizioso e vagamente utopico di entrambi.

Saragat definisce il capo di Stato, “il Peròn di Pontedera”, sottolineando il carattere populista di certe sue affermazioni. In realtà Gronchi sembra avvicinarsi per certi versi più a Charles De Gaulle, soprattutto nell’ostinazione con cui cerca di smarcarsi dall’influenza americana. Ma al di là del carattere, il suo mandato è caratterizzato anche dal varo di cruciali riforme istituzionali. Corte Costituzionale, Cnel e Csm trovano attuazione sotto la sua presidenza. E anche in virtù dei rapporti con Mattei, intrattiene buoni rapporti con il Medio Oriente. L’accordo con l’Iran del 1957 per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi ne è l’emblema.

Le sue visite all’estero sono un successo, nonostante godesse di cattiva stampa. Specialmente il “Time” diretto da Henry Luce, marito dell’ambasciatrice americana in Italia, parla di “un pericolo di infiltrazioni comuniste in Italia”. E sulla scia di questi articoli Eisenhower, presidente americano, si rivolge a lui dicendo di sapere che “viene da un paesino vicino Pisa, città che ha una torre che pende verso sinistra”. Da buon toscano, Gronchi ha la battuta pronta: “Destra e sinistra non esistono in geografia. Stia tranquillo, presidente. Vengo da una città che ha una torre che pende verso nord-ovest”.

In politica interna spinge per accelerare l’apertura a sinistra. Per fare ciò, Gronchi sceglie l’uomo sbagliato: Fernando Tambroni. È un uomo di sua fiducia, un marchigiano come Mattei. Nei progetti di Gronchi deve essere un traghettatore verso il centrosinistra. Ma al momento di presentarsi alle camere, Tambroni “tradisce” l’uomo di Pontedera e pronuncia un discorso incentrato su ordine pubblico e sicurezza. Ottiene la fiducia coi voti dei missini.

Passerà alla storia per aver concesso la piazza di Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, al MSI. Gli incidenti da guerra civile di quei giorni di maggio del 1960 fanno cadere il suo governo ed eclissare la stella di Gronchi definitivamente.

Morì nel 1978. Il 17 ottobre. In quel giorno non ebbe cattiva stampa. Ne ebbe poca. Il giorno prima era stato eletto Karol Wojtyla, un alfiere di democrazia e cristianità.

Luigi Einaudi, il liberale zoppo che fece correre l’Italia

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Luigi Einaudi, Presidente dal 1948 al 1955

L’Italia del 1948 è una nazione ancora impolverata dalle macerie. La vittoria elettorale della Democrazia Cristiana ha determinato una chiara scelta di campo nella logica dell’emergente guerra fredda. Gli americani aiuteranno a ricostruire il Paese col piano Marshall, ma per rialzarsi in fretta c’è bisogno soprattutto di forte iniziativa individuale, di pragmatismo e di spirito imprenditoriale. Valori liberali.

E il secondo Presidente della Repubblica arriva proprio da quell’area politica: l’economista di fama mondiale Luigi Einaudi. Piemontese della provincia di Cuneo, simpatizzante monarchico, ma soprattutto governatore della Banca d’Italia. Un uomo concreto, già ministro del Bilancio del quarto governo De Gasperi. [Read more…]

Enrico De Nicola, il Presidente provvisorio

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

Enrico De Nicola, Presidente dal 1946 al 1948

“M’inchino con animo reverente e commosso di fonte alla volontà sovrana dell’Assemblea Costituente. In fede, Enrico De Nicola”. Era il 28 gennaio del 1946 e l’Italia aveva appena eletto il suo primo Presidente della Repubblica. Al primo scrutinio, con una maggioranza schiacciante: 396 voti su 504. De Gasperi, Togliatti e Nenni avevano deciso.

Quel giurista napoletano che due anni prima aveva convinto il re Vittorio Emanuele III a trasferire i poteri al figlio Umberto, era l’uomo perfetto da cui ripartire. Meridionale, di simpatie monarchiche, politicamente moderato, De Nicola rappresentava la figura più adatta per unire un Paese ancora lacerato da profonde differenze ideologiche e geografiche. [Read more…]

M5S, altri due espulsi. E Grillo nomina 5 “delfini”

Massimo Artini e Paola Pinna, nuovi espulsi dei 5 stelle

Massimo Artini e Paola Pinna, nuovi espulsi dei 5 stelle

Fuori due. Altri due. Mentre per cinque parlamentari scatta la promozione a “punti di riferimento” del M5S sul territorio e in Parlamento. Ennesima giornata ad alta tensione del Movimento 5 Stelle fra epurazioni e polemiche. Fino all’inatteso passo indietro di Beppe Grillo, che apre a un direttorio formato da cinque fedelissimi parlamentari.

Giovedì sera, Massimo Artini e Paola Pinna, deputati quarantenni, hanno ricevuto il cartellino rosso dal web. Sono stati gli iscritti a decidere la loro espulsione. Un’affluenza più bassa del solito, solo 27mila votanti. Testimonianza di come sia profonda la crisi della partecipazione anche per chi segue la politica da una tastiera. Il 69% ha deciso che i due parlamentari non erano più degni di far parte della pattuglia pentastellata a Montecitorio.

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