Bjarnason, l’Islanda e D’Annunzio. Storia di un sogno rubato e di un impossibile blitz a Reykiavik

Uno scorcio di Reykjavik

Uno scorcio di Reykjavik

Jules Verne diceva che l’Islanda era la porta per arrivare al centro della terra. Lo scriveva in uno dei suoi romanzi più famosi, Voyage au centre de la Terre. Se lo chiedete a un islandese, molto probabilmente vi dirà che lo sa benissimo. Non tanto perché ci vive, quanto perché il clima di Reykjavik e dintorni invita il popolo locale a passare molto tempo sui libri. E infatti la terra dei geyser e dei ghiacciai è anche quella col maggior numero di libri letti in rapporto alla popolazione. Gente colta, amante del teatro:  230 mila biglietti venduti ogni anno su un totale di neanche 300 mila abitanti. Talmente innamorati delle proprie recite, da richiamare un artista sul proprio palcoscenico, strappandolo alla sua performance finale.

Birkir Bjarnason, 12 gol in 42 partite quest'anno con il Pescara.

Birkir Bjarnason, 12 gol in 42 partite quest’anno con il Pescara.

L’attore in realtà è un centrocampista del Pescara e il centro della sua terra, martedì 9 giugno, non sarebbe stato il cratere del vulcano Sneffels caro a Verne, ma la gaudente Bologna. Esattamente allo stadio Dallara. È lì che Birkir Bjarnason avrebbe dovuto giocare la partita decisiva per la promozione in serie A del club abruzzese. Una gara senza domani, il match di ritorno della finale dei playoff di serie B dopo lo 0-0 di venerdì 5 a Pescara. Avrebbe dovuto giocare, ma non potrà. La federazione islandese gli ha vietato di scendere in campo per l’incontro più importante della sua carriera. Venerdì 12 l’Islanda ospita infatti a Reykjavik la Repubblica Ceca per la sesta giornata delle qualificazioni agli Europei del 2016. L’Islanda, mai arrivata alla fase finale, è seconda. Un punto dietro ai cechi, cinque di vantaggio sull’Olanda. Si qualificano le prime due del girone, ma anche le terze hanno buone probabilità di passare il turno, fra calcoli e spareggi. Un match importante, ma con un domani e un dopodomani. Niente, gli islandesi non sentono scuse. “Birkir è convocato e abbiamo bisogno di averlo a disposizione per tutta la settimana di preparazione”, hanno tuonato i dirigenti federali. La società abruzzese aveva offerto di accompagnare il giocatore dopo la gara con un jet privato in Islanda. Nein.

Bjarnason con la maglia del Pescara

Bjarnason al tiro  con la maglia del Pescara

Oggi Bjarnason è a Reykjavik, vittima di regolamenti Uefa che passano come bulldozer sui club minori e sui sentimenti di chi li segue. Non rispondendo alla convocazione, il centrocampista verrebbe squalificato per mesi. Birkir, un ragazzone che assomiglia a Thor ma col nome simile a una celebre borsa di Hermès, adesso si trova all’ombra di un vulcano e non sotto le due Torri bolognesi.  Si allena per una partita che nella sua testa non potrà mai avere il valore di una finale. È un professionista, ma anche  un ragazzo di 27 anni e quando scende in campo ha il piglio del guerriero e l’animo del fanciullino. Il saggio di fine anno, quello in cui avrebbe avuto tutti gli occhi puntati addosso, potrà solo guardarlo da uno schermo. Lontano dalla scena, a 3000 chilometri di distanza. Capriccio di una patria insensibile ai sogni di un bambino desideroso di fare l’ultimo giro di giostra. Quello più importante. Per tutta la stagione è stato il trascinatore di un gruppo che, giornata dopo giornata, è arrivato a giocarsi un’improbabile promozione. Biondo, alto e con gli occhi azzurri, Birkir è stato il principe azzurro che ha portato Cenerentola al gran ballo. Ma in questa favola storta, è lui a perdere la scarpetta prima di mezzanotte. Birkir deve tornare a casa e la sua bella resta là. Ha davanti undici avversari e 30 mila bolognesi che la tratteranno male.

12 settembre 1919: Gabriele D'Annunzio entra a Fiume, proclamando l'annessione della città al Regno d'Italia.

12 settembre 1919: Gabriele D’Annunzio entra a Fiume, proclamando l’annessione della città al Regno d’Italia.

Per colpa dell’Islanda, Cenerentola se la dovrà cavare da sola. Dovrà vincere le paure e i rimpianti. Solo allora potrà riabbracciare  l’uomo che le ha insegnato a ballare, magari incontrandolo a metà strada, in quell’Inghilterra in cui Birkir andrà quasi sicuramente l’anno prossimo. Destinazione Leeds, Premier League. L’ultima scena di un amore a cui non è stato concesso il bacio d’addio. Roba da imbestialirsi. E da ribellarsi, come avrebbe fatto senz’altro il vate Gabriele D’Annunzio, pescarese doc e idealista rivoluzionario. Se fosse vissuto oggi, probabilmente sentireste parlare di un’occupazione militare di Reykjavik da parte di 2600 uomini. Tanti quanti gli avventurieri della celebre “impresa di Fiume” del 1919 e , guarda caso, tanti quanti saranno oggi i pescaresi sugli spalti del Dallara. Quel giorno di settembre, il poeta entrò trionfalmente nella città slava. Al confine un generale cercò di dissuaderlo, ma lui aprì il pastrano e tuonò perentorio: “Lei non ha che a far tirare su di me, Generale!”. Nessuno sparò. Se oggi sbarcasse a Reykjavik, non troverebbe neanche un esercito a fermarlo. L’Islanda non ha più un corpo militare dagli anni ’40.  Con un rapido blitz potrebbe compiere “il ratto di Birkir” e regalare piacere ai suoi conterranei. Per il lieto fine di questa favola amara, forse ci sarebbe voluto davvero un poeta visionario. O forse solo il buon senso di una federazione.

Més que un club. Il Barcellona e i culés, i suoi tifosi a culo di fuori. Qualcosa che forse non sapete sulla squadra più famosa del mondo

La scritta "Més que un club" sugli spalti del Camp Nou a Barcellona

La scritta “Més que un club” sugli spalti del Camp Nou a Barcellona

Messi, Suarez, Neymar, Iniesta. Tutti nella stessa metà campo, tutti in una quarantina di metri, tutti con la stessa maglia. Basterebbero questi quattro nomi per spiegare la grandezza del Barcellona. Ma il Barça è molto più di qualche fuoriclasse. “Més que un club”. Più di una squadra, come disse Agustì Montal, presidente del Barcellona dal 1969 al 77. Anche grazie a questo slogan, rigorosamente col catalano “més” anziché con lo spagnolo “màs”, diventò il 33esimo presidente del club e a metà mandato riuscì a portare in Catalogna Johann Cruyff, la perla più preziosa del calcio degli anni ’70.

Agosto 1973: Agustì Montal con Johann Cruyff. Il momento della firma del contratto.

Agosto 1973: Agustì Montal con Johann Cruyff. Il momento della firma del contratto.

Més que un club è scritto a caratteri cubitali sugli spalti del Camp Nou, lo stadio di casa dei catalani. E, grazie agli scenografi dell’Uefa, l’espressione verrà riproposta anche nel settore riservato ai tifosi blaugrana a Berlino. Un tatuaggio dell’anima per i tifosi “culés”. Non li ho offesi, tranquilli. E ora vi spiego perchè li ho chiamati così.  Sapete certamente che gli juventini sono universalmente conosciuti come “gobbi”. Un nomignolo nato negli anni ’50, quando le divise da gioco dei bianconeri, larghe e dozzinali,  facevano assomigliare, durante le partite, i calciatori al Quasimodo di Notre Dame. Gobbi per sempre, per un difetto nel vestiario.

Una visione dall'esterno dell'Escopidora dei tifosi del Barcellona. Il termine "culès" nasce così.

Una visione dall’esterno dell’Escopidora dei tifosi del Barcellona. Il termine “culès” nasce così.

Il termine “culés” nasce invece addirittura prima della Grande Guerra. Non per un problema coi pantaloncini, nè per la buona sorte del club catalano. Tutta colpa del vecchio stadio di Barcellona, la leggendaria Escopidora di calle Industria. Un impianto in cui i blaugrana giocarono dal 1909 al 1922, l’epoca dei primi successi. E con le prime vittorie, arrivava sempre più gente sulle tribune dell’Escopidora. Troppa, vista la capienza dello stadio: solo 6 mila posti. Il rimedio che i tifosi adottarono fu molto semplice: arrampicarsi sopra il muro di recinzione e tifare Barça da là sopra. Chi passava da fuori li vedeva ingobbiti e con il sedere mezzo di fuori. I culetti dei tifosi del Barcellona diventarono proverbiali. Da allora un catalano per dire che tifa Barcellona, dice “yo soy culé”.

E un vero tifoso del Barça ha anche un posto speciale in cui festeggia tutti i trionfi della propria squadra. Ce l’hanno tutti, direte voi. La Juventus ha piazza Castello a Torino, la Roma ha il Circo Massimo, le milanesi hanno Piazza del Duomo. In realtà quelli sono semplicemente luoghi di spontanea aggregazione. Anche le Ramblas a Barcellona lo sono, ma i tifosi catalani festeggiano in un punto preciso della celebre strada della città di Gaudì. Esattamente davanti a una fontana, la fuente de Canaletas, zona nord della Rambla. I bagni di folla avvengono lì per una ragione storica.

La mitica fuente de Canaletas senza tifosi

La mitica fuente de Canaletas senza tifosi…

Negli anni ’30, in un palazzo davanti alla fontana, al numero 13, c’era infatti la redazione del periodico sportivo “La Rambla”. La copertura mediatica del calcio catalano di allora era tutta lì. Senza radio, televisioni, né tanto meno internet, le persone accorrevano sotto la sede del giornale per sapere in anteprima i risultati delle partite fuori casa del Barcellona. Un solerte redattore scriveva su una grossa lavagna il punteggio del Barça. E tutti là sotto seguivano la mano e il gesso. Erano gioie o dolori, boati euforici o mugugni di delusione.

...e con i tifosi del Barcellona dopo la vittoria di un trofeo

…e con i tifosi del Barcellona dopo la vittoria di un trofeo

Alla fine di quel decennio, il periodico chiuse i battenti. La guerra civile era diventata una preoccupazione più grande rispetto a un risultato di calcio. Il giornale sparì e con esso anche la “pizarra” dove venivano annotati i punteggi, ma da allora ogni vittoria del Barcellona si celebra ancora là sotto. Tutti sotto un’immaginaria lavagna, tutti bagnati di vino tinto e inebriati di blaugrana. Essere culé non è indossare una maglia con il nome di Messi o Neymar. È andare alla fonte, per ritrovarsi.

Nessuno fermi quell’orologio. La miracolosa salvezza dell’Amburgo e del Bundesliga Uhr

Una recente immagine del Bundesliga Uhr, l'orologio che scandisce il tempo di permanenza dell'Amburgo nella massima serie tedesca

Una recente immagine del Bundesliga Uhr, l’orologio che scandisce il tempo di permanenza dell’Amburgo nella massima serie tedesca

Il boia del tempo scuote la testa e fa marcia indietro. Ancora una volta. 51 anni, 281 giorni e 5 ore. Poteva fermarsi così l’orologio dell’Imtech Arena, lo stadio di Amburgo. Fra primo e secondo anello, un contatore indica il tempo di permanenza degli anseatici in Bundesliga. Numeri che cambiano ogni secondo, ma che simboleggiano una verità incrollabile: mai retrocessi in serie B. O Zweite Liga, come la chiamano i tedeschi. Gli unici in tutta la Germania a essere sempre stati nella massima serie fin dal 1963, l’anno in cui tutto cominciò.

Anche stavolta l’orologio continuerà a correre. Perché l’Amburgo si è salvato di nuovo, dopo essere arrivato terzultimo in campionato. Lo ha fatto all’ultimo secondo, in un drammatico doppio spareggio contro la terza del campionato cadetto, il Karlsruhe. Un 1-1 casalingo nella gara di andata da togliere il sonno. Poi il match di ritorno, lunedì, nella capitale del Baden. La stessa da cui nel 1984 venne spedita la prima email tedesca della storia. Una città abituata ad anticipare il tempo, ma incapace nel fermarlo.
Eppure il Karlsruhe è stato veramente a un passo dal reset del Bundesliga Uhr.

Gli bastava uno 0-0 per ottenere la promozione. E a 12 minuti dalla fine è addirittura riuscito a passare in vantaggio. Rete di Reinhord Yabo, 23 anni, in contropiede. Il killer del tempo, per qualche minuto. In panchina Bruno Labbadia, l’allenatore dell’Amburgo, guarda l’orologio. Quello che ha al polso, quello che dice che bisogna muoversi. Quelle lancette che da mezzo secolo sono l’orgoglio della città, corrono verso il loro annullamento. Novantesimo. Il tempo è scaduto. C’è solo da recuperare qualcosa. 4 minuti di tempo, 51 anni di storia.

Marcelo Diaz (al centro) esulta dopo il gol che ha salvato l'Amburgo dalla retrocessione

Marcelo Diaz (al centro) esulta dopo il gol che ha salvato l’Amburgo dalla retrocessione

Marcelo Diaz da Santiago del Cile, numero 20 dell’Amburgo, sistema il pallone per l’ultima preghiera. È un calcio di punizione dal limite. A 620 chilometri da lì stanno per staccare la spina. Aspettano ancora un momento, occhi lucidi, cuore in mano. Forse pensano ai cattivi presagi di tutta la stagione. Uno su tutti, l’orologio rubato al difensore centrale Johann Djourou. Valore di mercato: 100 mila euro. Sembra tutto scritto: un prezioso orologio che sparisce, un contatore di emozioni che finisce.

L’impari lotta dell’uomo contro il cronometro è ormai disperata. Se avete vissuto momenti felici nelle vostre vite, pensate a quegli attimi come a “istanti in cui il tempo si è fermato”. Ecco,a Karlsruhe, inseguire la felicità è fare qualcosa che non fermi il tempo. Il cileno conta i passi. La rincorsa dell’uomo di Santiago è il cammino della speranza. Il tiro di Diaz è guidato da un grande orologiaio che non permette al suo bambino di fermarsi. Pallone sopra la barriera e poi nell’angolino alla destra del portiere. Gol. Parità. Prolungamento del tempo. Nel senso di supplementari, ma non solo.

Nikolai Müller, autore del gol vittoria al 115'

Nikolai Müller, autore del gol vittoria al 115′

I minuti successivi si trascinano stancamente. I rigori sembrano ormai l’ovvio epilogo di una sceneggiatura che aspetta di capire se sarà una commedia o un dramma, ma il dio del tempo ha deciso di dare un’altra sistemata agli ingranaggi. Minuto 115. Nicolai Müller, ex bandiera del Greüter Furth, la squadra contro cui l’Amburgo si salvò l’anno scorso agli spareggi, riceve un cross da Cleber. Destro secco, palla in fondo alla rete. 2-1 per l’Amburgo. Ora davvero non c’è più tempo. Il Bundesliga Uhr continua a correre, come se niente fosse. Il Karslruhe avrebbe anche un rigore, cinque minuti dopo, per riaprire la gara. Ma il manovratore occulto delle lancette ha deciso che non si scherza più con lui. Penalty sbagliato, fischio finale.

Il quadro Der Wanderer di Caspar David Friedrich, custodito alla Künsthalle di Amburgo. È del 1818.

Il quadro diFriedrich, custodito alla Künsthalle di Amburgo. È del 1818.

Le nubi se ne vanno, torna il sole. Restano soltanto nel quadro più famoso di Amburgo, Der Wanderer, il viandante di fronte a un mare di nebbia. Caspar David Friedrich lo dipinse 200 anni fa ed è da allora l’icona del romanticismo tedesco. Un uomo solo di fronte alla nebulosità dei suoi dubbi e alle rocce emergenti delle sue certezze. Se Friedrich vivesse oggi forse dedicherebbe il dipinto agli ultimi romantici del calcio tedesco. Il viandante avrebbe una maglia rossa e la scritta Diaz sulle spalle. E al posto delle rocce, una semplice scritta: niemals Zweite Liga. Mai stati in B.

I momenti salienti dello spareggio fra Karlsruhe e Amburgo

1915: la finale che non si giocò mai. Un campionato finito in trincea

Forte Verena, il luogo da cui partirono le prime cannonate il 24 maggio del 1915

Forte Verena, il luogo da cui partirono le prime cannonate il 24 maggio del 1915

Forte Verena, altopiano di Asiago, provincia di Vicenza. Nella notte fra 23 e 24 maggio del 1915, partirono da qui i colpi di cannone che sancirono di fatto l’ingresso nella Grande Guerra dell’Italia. Un’entrata al fianco della Triplice Intesa, quella formata da russi, francesi e inglesi, contro austriaci e tedeschi, alleati ripudiati. Il conflitto del 15-18 aveva per l’Italia lo scopo di rivendicare le terre irredente, cercando di ripristinare l’unità territoriale. Vincemmo, ma a un prezzo carissimo. E fu una vittoria mutilata. Quando esplosero le prime cannonate, nessuno pensava infatti che quella Guerra avrebbe meritato la maiuscola nei libri di scuola. Ma fu proprio così: morirono almeno 600 mila italiani e gli insoddisfacenti trattati di pace successivi, aprirono le porte a un desiderio di vendetta nazionalista. Benito Mussolini cavalcò quel malcontento e quello che successe vent’anni dopo lo sapete tutti.

E quella decisione di “armarsi e partire” ebbe ripercussioni anche nel calcio dell’epoca. La serie A dell’epoca si chiamava Prima Categoria ed era divisa in raggruppamenti regionali che via via si assottigliavano, mandando avanti le migliori. Che alla fine erano sempre le stesse: Genoa, Torino, Pro Vercelli, Inter, Milan, Juve e Casale. Il pallone era una questione prettamente settentrionale, anche se il centro sud cominciava a muovere i primi passi, specialmente nella Capitale e a Napoli. Domenica 23 maggio del 1915 si doveva giocare l’ultima giornata di campionato. L’ultima del girone settentrionale, quello che di fatto assegnava il titolo di campione d’Italia. Diciamo “di fatto” perché da un paio d’anni la Federazione aveva introdotto una finalissima contro la vincente del girone del centro sud. Finita sempre tanto a poco. Un tennistico 6-0 del Pro Vercelli alla Lazio nel 1913 e un complessivo 9-1 del Casale sempre ai biancocelesti nel doppio confronto dell’anno successivo. [Read more…]

Chi ha fatto palo? Da Sordo a Djordjevic, storie di eroi mancati

La Juve festeggia la Coppa Italia, il laziale Candreva si dispera a terra

La Juve festeggia la Coppa Italia, il laziale Candreva si dispera a terra

Le mani sul volto. La testa scossa. Il triplice fischio dell’arbitro. La gioia degli altri. La disperazione di chi non ce l’ha fatta. Le corse sfrenate di chi ha vinto., l’immobilismo orizzontale di chi ha perso. Felicità e abbracci da una parte, lacrime e vuoto dall’altra. Finiscono sempre così le finali. È la meravigliosa crudeltà dello sport. C’è un vincitore e un perdente. Sempre. Cambiano gli attori ma la trama del film porterà comunque lì. E sarà lietissimo fine contro struggimento.

Per qualcuno il dolore della mancata vittoria è più fragoroso. Per qualcuno l’incredulità di aver preso la porta del Paradiso in faccia fa più male. Perché quel qualcuno poteva essere l’eroe e invece è solo il primo dei delusi. Soprattutto nel calcio, la distanza fra l’essere eroi e assistere in prima fila alla festa altrui si misura in centimetri.

Ed è successo anche in Juventus-Lazio, finale di Coppa Italia, giocata mercoledì sera all’Olimpico di Roma. Filip Djordjevic, attaccante dei biancocelesti, ripenserà a lungo a questa gara. Entrato sul finire dei tempi regolamentari, pochi minuti dopo l’inizio dei supplementari ha avuto l’appuntamento con la storia. [Read more…]

Da Giulianova alla serie A. Da Marcozzi ai posticipi, la leggenda del “Frosinòne culòne”

Dici Frosinone e pensi al miracolo di una squadra di provincia promossa in serie A. Come il Carpi, con poche settimane di ritardo. Ma se dici “Frosinòne”, con la o spalancata al mondo senza pudore, la prima parola che viene in mente è Giulianova. Se siete cresciuti con la Gialappa’s Band, sapete già dove sto andando a parare. Se non è così, godetevi questo video. Fra un paio di minuti, ci rivediamo qua sotto.

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Sabato iniziano i playoff Nba 2015. Tutto quello che dovete sapere

Momenti della finale 2014, LeBron contro Duncan, Miami contro San Antonio

Momenti della finale 2014, LeBron contro Duncan, Miami contro San Antonio

Adesso si fa sul serio. La stagione regolare dell’Nba chiude i battenti e lascia spazio ai playoff. Sei mesi e ottantadue partite dopo la prima palla a due, datata 4 ottobre, sedici franchigie sono ora pronte a sfidarsi nella corsa al titolo di campione del mondo del basket professionistico. Così gli americani definiscono il proprio campionato, con una limpida supponenza nei confronti del resto del globo. Al di là della tracotanza, non si può dire che abbiano torto. Basti pensare alla superiorità dimostrata dalla nazionale a stelle e strisce nei mondiali spagnoli del settembre scorso.

Da sabato a fine giugno si gioca per assegnare il trofeo. Quattordici posti prenotati, due che si decideranno all’ultima giornata. Brooklyn o Indiana a Est, Oklahoma o New Orleans a Ovest. Poi il grande ballo potrà cominciare. Due mesi per stabilire se i San Antonio Spurs saranno in grado di confermarsi o se le sfidanti sapranno superarla. La vincente dovrà vincere quattro serie al meglio delle 7 partite: quarti di finale, semifinale, finale di conference e finalissima contro chi sarà riuscita a fare lo stesso sull’altra costa. Est contro Ovest. Cleveland e LeBron James da una parte, San Antonio o Golden State dall’altra, almeno nei pronostici di partenza. Fatti, ovviamente, per essere smentiti.

IL TROFEO

Tim Duncan mostra il Larry O’Brien Trophy. Ne ha vinti cinque in carriera

Tim Duncan mostra il Larry O’Brien Trophy. Ne ha vinti cinque in carriera

Sono in tante a sognare di alzare il Larry O’Brien Trophy, la coppa che il commissioner della lega più ricca del mondo assegna alla squadra vincitrice. Un trofeo alto 60 centimetri intitolato all’ex politico democratico che guidò l’Nba a cavallo fra anni ’70 e ’80. L’epoca di Magic contro Bird, degli epici scontri Lakers contro Celtics, ma soprattutto dell’esplosione della pallacanestro americana come fenomeno globale. Se oggi le 30 squadre del campionato valgono in media mezzo miliardo di dollari ciascuna, molto è dovuto alle scelte della dirigenza di quel periodo.

L’ANELLO

I 13 anelli vinti in carriera da Phil Jackson

I 13 anelli vinti in carriera da Phil Jackson

I giocatori della squadra campione ricevono invece un anello di diamanti con il logo del loro team. Un’usanza mutuata dal baseball. I primi anelli furono infatti consegnati nella Major League del 1922 agli uomini dei New York Giants, vincenti nel derby della Grande Mela contro gli Yankees. Dagli anni ’30 la pratica si estese anche agli altri sport americani, prima all’Nfl e poi all’Nba. L’uomo ad averne vinti di più è Phil Jackson. Non gli bastano le mani per indossarli tutti. Gli servirebbe infatti tredici dita. Due ottenuti da giocatore, undici da allenatore. Prima coi Bulls di Jordan e Pippen, poi coi Lakers di Shaq e Kobe Bryant. Ora è presidente dei New York Knicks, la squadra del suo primo alloro da cestista. Quest’anno è arrivato ultimo, al termine di un’annata maledetta. Succede anche ai migliori.

LA FAVORITA

Stephen Curry, stella dei Golden State Warriors

Stephen Curry, stella dei Golden State Warriors

Chi vorrà vincere l’anello 2015, dovrà passare sul corpo, ma soprattutto sul campo dei Golden State Warriors. Sono loro la testa di serie numero 1 alla fine della regular season. Il team californiano ha il record migliore, con 66 partite vinte e 15 perse. Hanno dominato la Western Conference e avranno il vantaggio del fattore campo per tutti i playoff. E vincere a Oakland sarà dura per tutti, visto che in casa hanno perso solo due volte su quaranta. Trascinati dalle prodezze balistiche di Stephen Curry e Klay Thompson, i gialloblù di coach Steve Kerr, indimenticabile ex tiratore scelto dei Chicago Bulls, Golden State ha stupito tutti con un gioco dinamico e aggressivo. Una squadra a trazione anteriore, sempre disposta a correre. Una virtù nata dalla necessità di mascherare una certa leggerezza dentro l’area, ma anche un potenziale problema con l’arrivo delle partite che contano, quelle più fisiche. Perché come diceva Vince Lombardi, storico allenatore del football americano che fu, “l’attacco vende i biglietti, ma la difesa vince i campionati”.

I CAMPIONI IN CARICA

I San Antonio Spurs intorno a coach Popovich. Saranno nuovamente l’avversario da battere

I San Antonio Spurs intorno a coach Popovich. Saranno nuovamente l’avversario da battere

La prova di questa frase sono i detentori del trofeo. I San Antonio Spurs di Gregg Popovich hanno sonnecchiato a lungo nella prima metà della stagione, ma dopo la sosta per l’All Star Game si sono svegliati. Hanno una striscia positiva di undici partite aperta, frutto di una salute psicofisica arrivata nel momento migliore. A ovest sono i più accreditati rivali di Golden State, Chris Paul e Clippers permettendo. Hanno il grande vantaggio di non dipendere da giocate individuali, ma da un sistema oliato alla perfezione. In più hanno la forza mentale di chi sa già come vincere le battaglie decisive. Esperienza, fame, fisicità, tecnica, fiducia. I texani hanno tutto per fare la doppietta. Sarà con tutta probabilità l’ultimo playoff del loro capitano. Tim Duncan, cinque anelli vinti fra il 1999 e l’anno scorso. Nel primo trionfo formava una coppia insuperabile con David Robinson. Li chiamavano le “Twin Towers”. Quelle vere a New York erano ancora in piedi. Di quelle quattro torri alla fine ne è rimasta solo una. E abbatterla sarà un’impresa, a giudicare dalla determinazione con cui sta affrontando la parte finale della stagione.

 

La classifica della Western Conference prima dell'ultima giornata

La classifica della Western Conference prima dell’ultima giornata

 

IL SOGNO DI CLEVELAND

LeBron James cerca il terzo titolo Nba in carriera dopo i due anelli vinti a Miami

LeBron James cerca il terzo titolo Nba in carriera dopo i due anelli vinti a Miami

Se a ovest dovrebbe essere una lotta a due, con i Los Angeles Clippers di Chris Paul e Blake Griffin pronti a fare da guastafeste, sull’altra costa gli occhi sono tutti sui rinati Cleveland Cavaliers. Nell’estate scorsa la franchigia dell’Ohio è tornata a essere competitiva per il titolo. Merito del ritorno di LeBron James, il figliol prodigo tornato a Cleveland dopo quattro stagioni a Miami. Un quadriennio che ha fruttato due anelli e due finali perse. L’anno scorso “The King” dovette inchinarsi agli Spurs, adesso sogna di dare un titolo sportivo alla città di Cleveland, cosa che manca dagli anni ’60 quando i locali Browns trionfarono nella NFL. Può contare sull’aiuto di Kyrie Irving e Kevin Love, due stelle assolute ancora prive di argenteria alle mani. Dopo qualche intoppo iniziale, la squadra ha serrato le fila nella seconda parte della stagione. Una crescita che non è bastata però ad assicurarsi la prima fila della griglia playoff a est. Un po’ a sorpresa, c’è qualcuno che parte davanti rispetto a LeBron e compagni.

La classifica della Eastern Conference prima dell'ultima giornata

La classifica della Eastern Conference prima dell’ultima giornata

GLI ATLANTA HAWKS

Mike Budenholzer, coach degli Atlanta Hawks

Mike Budenholzer, coach degli Atlanta Hawks

Sessanta partite vinte, solo ventuno perse. In nessuna di queste, un giocatore ha realizzato trenta punti. Basta questo dato per far capire chi sono gli Atlanta Hawks, primi classificati a est. Una squadra in cui tutti sono importanti e nessuno è indispensabile. Privi di stelle, più frizzanti della Coca Cola, loro vicina di casa. Giocano un basket molto organizzato, un po’ come i San Antonio Spurs. E non è un caso. L’allenatore Mike Budenholzer è stato assistente di Gregg Popovich in Texas dal ’96 al 2013. Ne ha assorbito i valori, trasmettendoli ai suoi ragazzi in Georgia. Quella filosofia conosciuta a San Antonio come “pounding the rock”. Un’espressione traducibile nell’italico “martellare” e che secondo la “dottrina Popovich” viene così declinata.

“Non può essere la singola martellata, per quanto violenta, ad abbattere la roccia. Ci vorranno tante martellate, piccole e  continue date da tutti per buttare giù l’ostacolo”.

Concetti che gli Hawks hanno fatto propri, macinando risultati e gioco. Arrivano ai playoff da primi della classe ma allo stesso tempo senza troppe aspettative.La frattura del perone di Thabo Sefolosha, riportata durante il discusso arresto lampo a New York, priva Budenholzer di uno dei suoi leader difensivi. Se ne farà una ragione, conscio di poter contare su un Paul Millsap mai visto a questi livelli di rendimento e su un gruppo di underdogs che ha voglia di dare scacco a LeBron, re della costa est nelle ultime quattro stagioni.

GLI ACCOPPIAMENTI PROBABILI

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Se dovesse finire oggi, questi sarebbero gli accoppiamenti. A Est resta da stabilire chi andrà a sfidare gli Hawks al primo turno. Si giocano un posto Indiana e Brookyn. Il match point è sulla racchetta dei Pacers a cui basterà un successo a Memphis, già qualificata ma vogliosa di evitare gli Spurs al primo turno. Non dovessero farcela dovrebbero sperare in un’improbabile sconfitta dei Nets in casa contro Orlando. Gli Spurs a loro volta saranno arbitri della corsa all’ultimo posto in ballo nel tabellone ovest. Una trasferta a New Orleans contro i Pelicans di Anthony Davis, appaiati all’ottavo posto con gli Oklahoma City Thunders di Russell Westbrook. Una vittoria dei Pelicans chiuderebbe i conti, estromettendo l’MVP dell’ultimo All Star Game dalla postseason. Gli orfani di Kevin Durant chiudono la stagione a Minnesota, fanalino di coda della conference occidentale. Solo una vittoria, unita alla voglia di Duncan e soci di arrivare secondi, potrà regalare ai Thunders il duello con Golden State. Il resto della compagnia aspetta alla finestra.

GLI ITALIANI

Marco Belinelli mostra l'anello vinto nella scorsa edizione

Marco Belinelli mostra l’anello vinto nella scorsa edizione

Due su quattro. La metà dei nostri connazionali nell’Nba parteciperà ai playoff. Ci sarà, da campione in carica, Marco Belinelli. L’anno scorso fu preziosissimo nell’assalto ai Miami Heat di Wade e James, questa volta sarà probabilmente chiamato ad arginare le folli corse degli Warriors. Senza dimenticarsi di colpire dall’arco con la consueta regolarità. A sfidare LeBron ci penserà Gigi Datome, arrivato in febbraio a Boston a puntellare il reparto ali. Dopo un anno e mezzo di scarso utilizzo a Detroit, il sardo ha finalmente cominciato a vedere il campo, risultando decisivo in un paio di occasioni. Non ci sarà invece l’incredibile Danilo Gallinari, capace di realizzare 47 punti in una partita singola, ma poco aiutato dai suoi Denver Nuggets, solo dodicesimi a ovest. Assente anche Andrea Bargnani, coinvolto nella pessima stagione dei Knicks a New York e sempre alle prese con una condizione fisica altalenante. Averli tutti e quattro in buone condizioni all’Europeo di settembre è il sogno di coach Pianigiani e dei tifosi del basket italiano.

Ci penseremo da giugno. Fino a quel momento, godiamoci i playoff Nba. Quella che si può definire “una dolce attesa”.

Il promo dei playoff Nba 2015 realizzato dalla Tnt

 

Chi è Maria Rosaria Rossi, la “badante” di Forza Italia

Maria Rosaria Rossi, 43 anni, è la tesoriera di Forza Italia e dirige lo staff personale di Berlusconi

Maria Rosaria Rossi, 43 anni, è la tesoriera di Forza Italia e dirige lo staff personale di Berlusconi

Tutto passa da lei. I soldi, i nomi delle liste per le elezioni regionali, il rinnovamento del gruppo politico. Maria Rosaria Rossi, 43 anni, parlamentare dal 2008 è ormai la plenipotenziaria di Forza Italia. Il partito, o quello che ne rimane, è nelle sue mani. Tesoriera dal maggio scorso, “badante” di Silvio Berlusconi da almeno un lustro. Sempre presente a fianco dell’ex premier, quasi mai in Senato, dove figura fra le parlamentari più assenteiste.

Maria Rosaria Rossi a colloquio con Silvio Berlusconi

Maria Rosaria Rossi a colloquio con Silvio Berlusconi

Gli impegni del resto non le mancano. Perché l’ex Cavaliere non fa un passo senza di lei. È l’unica di cui si fida veramente. Per questo le ha affidato i conti di Forza Italia. E lei con scrupolosa meticolosità si è messa al lavoro. Accorgendosi che quel termine “tesoriera” suona piuttosto beffardo. “Ah, voi giornalisti chiamandomi così mi avete illuso che avrei trovato un tesoro. E invece trovo solo debiti. Chiamatemi debitiera…”, disse nell’estate scorsa, un paio di mesi dopo aver preso il posto di Sandro Bondi nella gestione finanziaria di Forza Italia. Un avvicendamento che l’ex fedelissimo di Berlusconi prese con filosofia. “Una cosa è certa: non abbandonerò mai né Silvio, né Forza Italia”, sostenne con passione. Certezze frantumate dagli eventi. [Read more…]

Mayweather vs Pacquiao, pugni da 400 milioni di dollari

Pacquiao e Mayweather si sfideranno a Las Vegas per la corona dei pesi welter

Pacquiao e Mayweather si sfideranno a Las Vegas per la corona dei pesi welter

La sfida del secolo. L’ennesima, diranno gli scettici. Ma quella fra Mayweather e Pacquiao, il prossimo 2 maggio a Las Vegas, probabilmente lo è per davvero. Ci sono 400 milioni di motivi per pensarlo. Tanti quanti ne vale, in dollari, lo scontro che assegna il titolo di campione del mondo dei pesi welter. Per chi non fosse pratico di boxe, si tratta della categoria che racchiude i pugili che pesano fra i 63,5 e i 67 chili. Niente a che vedere con i pesi massimi alla Mike Tyson, per intendersi.

I pesi welter sono piccoli di statura e asciutti fisicamente. Rapidi, intensi, entusiasmanti. Gente come Jake la Motta, il pugile celebrato da Robert De Niro in “Toro scatenato”, o come Sugar Ray Robinson, campione degli anni ’50, ballerino di professione e boxeur a tempo perso. Libellule scolpite nel marmo, piedi veloci, pugni che inceneriscono. Floyd Mayweather Jr. e Manny Pacquaio sono da un decennio il meglio della boxe mondiale. Hanno collezionato titoli e cinture diverse in varie categorie di peso: cinque per Mayweather, otto per Pacquiao. [Read more…]