A volte la Storia si fissa senza motivo. Si ostina a chiedere prove della loro reale esistenza ai propri maggiori protagonisti. Pretende dimostrazioni anche da chi ha dimostrato di essere “altro” rispetto al mondo degli umani.
La Storia gode nel vedere i suoi figli più cari disposti vicino. Ama i paragoni e le classifiche. O forse, semplicemente, le sopporta. “Messi è grande ma non sarà mai Maradona“. Un teorema elevato a sentenza dalla mancanza di successi in maglia albiceleste dell’erede designato.
La Storia si diverte ad accostarli. Noi la prendiamo sul serio. Cercando un po’ di preservare l’unicità dei ricordi. Ignorando le statistiche di una carriera irripetibile, per soffermarci su singoli episodi. Quella coppa del mondo sfuggita nella notte di Rio, quel rigore calciato lontano a New York contro il Cile. L’addio. Il ritorno. La paura di un mondiale sul divano.

Un popolo, da Buenos Aires alla Patagonia, chiedeva una “prova” vera al dio del calcio. E la pretendeva in un luogo vicino al cielo: Quito, stadio El Atahualpa, 2850 metri di altezza. Ecuador-Argentina doveva essere la notte di Leo Messi. È stata uno schiaffo in faccia agli scettici. Tre gol, la capacità di portare 40 milioni di persone dall’inferno al paradiso, la naturale semplicità nell’essere normalmente speciale. Messi trascina l’Argentina in Russia, scacciando le streghe della vigilia e svegliando da un incubo la squadra di Sampaoli, colpita dopo 38 secondi da Ibarra.
Neanche in quel momento Leo ha cambiato faccia. Ha stretto la fascia attorno al braccio e si è messo al lavoro. Capitano senza teatralità, trascinatore con l’esempio, extraterrestre col pallone fra i piedi. Ci ha messo venti minuti per ribaltare il mondo. Prima una triangolazione con Di Maria chiusa con un beffardo tocco di punta: uno scambio da “potrero”, direttamente dalle stradine di Rosario. Poi un pallone riconquistato con una rabbia ancestrale e scagliato violentemente alle spalle di Banguera. La luce, finalmente. L’esultanza genuina, più da ragazzino felice che da uomo dei record. La sessantesima gioia in nazionale, la più attesa. “Ha dimostrato una volta di più di essere il vero padrone di questo gioco. Non ci sono parole per lui”, ha detto a fine partita Mascherano, uno che ha visto da vicino gran parte dei 581 gol segnati in carriera da Leo.
L’ultimo, il 61esimo, il sigillo della qualificazione, è un gioiello difficile da raccontare attraverso traiettorie terrene. Pallonetto dal limite dell’area, in corsa, fuori equilibrio, contro ogni regola. Un capolavoro festeggiato da tutta la squadra, panchina compresa. Tutti in campo ad abbracciare l’uomo della Provvidenza. Era il minuto 62, ma di fatto è stato il fischio finale.

“Sarebbe stata una follia rimanere fuori dal mondiale. Non solo per me, ma per tutta l’Argentina”, le sue prime parole nel dopo partita. “Tante cose mi sono passate davanti dopo il loro vantaggio, ma ci siamo subito ripresi. Meritavamo la qualificazione, ora cresceremo, in Russia saremo un’altra cosa”.
Quasi una dichiarazione di guerra. La sensazione di avere un cerchio da chiudere con la Storia, quella che odia la solitudine dei numeri 10. Forse per questo, ogni tanto, ne fa nascere uno che continua quell’emozione così irrazionale. E così impossibile da paragonare. Il calcio questa volta ha vinto. Messi è al mondiale. Ancora una volta di fronte avrà Cristiano Ronaldo, che ha staccato il pass poche ore prima. Con tutta probabilità, arriveranno in Russia a parità di palloni d’oro. Cinque a testa. Sarà forse l’ultimo duello lontano dai club. Sarà l’ennesimo assalto alla leggenda per Leo. Perché dopo la notte di Quito, c’è già chi aspetta una notte moscovita a metà luglio.

Deir ez zor, città della zona orientale della Siria. Terra di sangue e di conflitti. Fino a un mese fa, completamente in mano ai miliziani dell’Isis. L’esercito del dittatore Bashar al Assad è quasi riuscito a liberarla. Non del tutto ancora. Nelle notti scorse l’aviazione russa è giunta in soccorso, bombardando: 133 vittime, quasi tutti civili.
Coraggio, cuore e curiosità. Tre “c” che riassumono le scelte della seconda vita nel calcio di Leonardo, nuovo allenatore dell’Antalyaspor.
Un addio difficile, dopo aver messo il PSG sulla mappa del calcio europeo. Un congedo dalla squadra che, da giocatore, nel ’96 gli aveva dato la possibilità di mettersi in luce in Europa. Veniva dal campionato vinto con i Kashima Antlers in Giappone, paese cruciale per la sua carriera. A Tokio, infatti, nel ’93 il suo San Paolo sconfisse il Milan in coppa Intercontinentale. Nel frastuono delle trombette e nel dolore della sconfitta, i rossoneri fecero la sua conoscenza. Fu amore a prima vista, concretizzato nel ’97 e andato avanti per 13 anni. Prima in campo, poi come osservatore e infine come allenatore. Una scommessa durata un anno, finita dopo un campionato concluso al terzo posto e ricordato soprattutto per il modulo “4-2 e fantasia”. Ronaldinho, Pato e Borriello più Seedorf. Liberamente ispirato al Brasile di Telè Santana, croce e delizia di una stagione divertente ma non abbastanza vincente, secondo i vertici. “A un certo punto avevo pensato che il Milan fosse la mia eternità”, disse poco dopo l’addio. Sbagliava, ma da cittadino del mondo trovò il coraggio per rimettersi in viaggio. Spostandosi di una ventina di chilometri, la distanza che separa Milanello da Appiano Gentile. Il luogo più vicino e lontano che potesse scegliere. La panchina dell’Inter, al posto di Benitez, nell’anno dopo il triplete. La stima di Moratti, un secondo posto alle spalle proprio del Milan di Allegri, fino all’addio, dopo il citato trionfo in coppa Italia.
Festeggiare in famiglia, a Roma, lontano dalla “sua” Roma, in trasferta in Azerbaijian. Francesco Totti ha deciso di spegnere le 41 candeline a casa. Avrebbe dovuto seguire la squadra a Baku, stadio “Tofiq Bahramov”. Lì gioca il Qarabag, avversaria di Champions dei giallorossi. Lontanissima Trigoria, distante 4500 chilometri. Ancora vicino il suo ritiro, neanche 4 mesi fa. Quel giorno c’erano Ilary, Cristian, Chanel e Isabel accanto a lui. Saranno loro a scaldare questo inedito 27 settembre, il suo primo compleanno senza pallone fra i piedi.
È strano questo compleanno. Non ci sono i cucchiai, gli assist millimetrici, i tiri al volo. Niente di quello che c’è sempre stato. Né celebrazioni speciali, né polemiche sul suo utilizzo. C’è altro. Una celebrazione intima, familiare, al posto di un rito collettivo. La possibilità di concedersi quelle pause che gli impegni in carriera non hanno mai permesso. Fare il padre, il marito. E il dirigente, certo. Un mestiere nuovo da imparare. Il primo lavoro dopo una vita passata a giocare. La giacca e la cravatta hanno costretto all’armadio la maglia numero 10, armatura e tatuaggio insieme. Il calore dello spogliatoio è stato sostituito dal tepore degli uffici. Le pacche sulla spalla e i sorrisi al posto degli scherzi e delle risate.
Controllo nello stretto. Accelerazione. Dribbling di esterno e diagonale fulmineo. Tutto in pochi metri, tutto col destro. Una meraviglia firmata Ciro Immobile, la fotografia di un inizio di stagione da dominatore. Dodicesima rete in dieci partite, otto in campionato. Stesse cifre di Messi e Dybala. Numeri incredibili che dicono tanto, ma non tutto. “Non ci sono più aggettivi per Ciro”, ha detto Simone Inzaghi dopo la vittoria di Verona. Una frase che racchiude il valore che ha l’attaccante per la Lazio. Statistiche da sogno, ma soprattutto un atteggiamento da leader. Finalizzatore e trascinatore. Il primo a rincorrere, l’ultimo a mollare. Era stato così anche contro il Napoli. Una sconfitta dolorosa, nel risultato e negli infortuni. Squadra decimata, la necessità di rialzarsi subito.
Che cos’è la felicità? Silvio Baldini se lo è chiesto spesso negli ultimi anni. Precisamente dal 5 ottobre del 2011, il giorno del suo ultimo esonero a Vicenza. Sconfitta casalinga contro il Varese di Rolando Maran, l’amico di una vita.
“Per me era fondamentale ritrovare la passione che avevo quando allenavo i dilettanti. La pura passione per il gioco. La voglia di prendere un gruppo e farlo diventare una squadra. Per questo porterò la squadra in ritiro in una caserma militare. Camerate da otto, niente televisione in camera, bagno in comune. Chi non si adatta, verrà messo subito da parte. Per me il gruppo viene prima di tutto. Nel mio calcio è il più forte che deve mettersi a disposizione del più debole. Dentro e fuori dal campo. Se i miei ragazzi capiranno questo, ci toglieremo tante soddisfazioni”.
Scendiamo a valle. Una sosta in un negozio di alimentari per assaggiare “la focaccia con la mortadella più buona del mondo”. Un bicchiere di cedrata e rotta verso casa. Lungo la strada i compaesani salutano l’allenatore con affetto. Non lo considerano una celebrità, ma un amico di osterie e un compagno di caccia alle beccacce.
Due barricate divise da un apostrofo. L’agente da una parte, la gente dall’altra. Una minima differenza a livello lessicale, due mondi inconciliabili nell’approccio al calcio. Il procuratore e il tifoso, destinati per definizione a non andare d’accordo. Clausole, scadenze e interessi in conflitto con chi vorrebbe maglie tatuate sulla pelle di idoli presenti e futuri.
La domanda di oggi è perché Donnarumma ascolta solo Mino Raiola? E perché chiude la porta al club tifato da bambino e che gli offre un contratto da 5 milioni all’anno? La risposta è nella mente del portiere ma forse è la risposta data da tanti altri calciatori. È la risposta alla domanda “chi ha creduto prima in me”. Perché ammesso e non concesso che si voglia ricondurre la scelta di Donnarumma a questioni etiche, bisogna anche considerare questo aspetto. Da Castellamare di Stabia a San Siro, la strada è lunga. E se il punto di partenza era immutabile, la destinazione poteva essere un’altra qualsiasi. Tante società si erano interessate a quel giovane portiere del Club Napoli. Gli osservatori avevano scritto tanto su quel ragazzone che faceva ancora le medie e oscurava già lo specchio della porta. Gente competente ma disarmata. Prestigiosi e velleitari come ministri senza portafoglio. Per lasciare la propria casa, la famiglia di un quattordicenne ha bisogno di garanzie maggiori. E in questo contesto, i procuratori arrivano sempre prima e con maggiore efficacia rispetto ai club.
Ciao Francesco,



Eravate belli domenica allo stadio. Io una famiglia non l’ho mai avuta, non so neanche dove sono nato e forse è meglio che non sappia chi sono i miei genitori. E soprattutto è meglio che non lo sappiano milioni di bambini.
Qualcuno alla fine l’ha fatto per te e un’oretta dopo ci siamo salutati comunque là, davanti a chi ci ha seguito sempre. Non hai avuto il coraggio di guardarmi. Ti capisco. Neanch’io ce l’avevo. Sono finito in buone mani, quelle di un ragazzo che non mi venderebbe mai. A nessuna cifra. Solo perché sono io, solo perché mi ci hai spedito tu.
Finalmente si comincia. Per un mese tanti rapporti andranno in crisi. Molte donne troveranno amanti disinteressati al pallone. I divani diventeranno discariche e sui pavimenti di tutt’Europa il più esagitato o maldestro della compagnia rovescerà bevande. Diventeranno colla, perché “vabbè dai-lascia stare-tanto tra poco c’è l’intervallo”. 15 minuti in cui difficilmente qualcuno pulirà, a meno che il prematuro ingresso di una donna di casa non obblighi gli spettatori a una repentina verticalità. Voleranno stracci, ma il tempo asciuga le cose.






“I tumori su di me non hanno effetto”. Forse lo pensava davvero Marco Pannella nella sua casa di via della Panetteria, ma giovedì 19, alle 14:02, viene definitivamente smentito. Mancano sei ore alla partita della Commerzbank Arena di Francoforte. Russ è nella sua camera e pensa a che effetto gli farà entrare nel suo stadio per quella che potrebbe essere…no, questo non vuole pensarlo. Ma ci pensa, perché sarà anche un duro ma è pur sempre un uomo. Tutta la sicurezza che ha mostrato e trasmesso ai suoi compagni è lo scudo dietro al quale si nasconde. Quello che gli passa per la testa deve avere le sembianze di guerre stellari. Ma questo gli altri non possono né devono vederlo. Lo aspettano 50 mila tifosi là fuori. Hanno preparato uno striscione. C’è scritto: “Marco, lottare e vincere”. Sbrigativi, concisi. Tedeschi. Lo spread con il lirismo mediterraneo è evidente, ma quando il capitano sbuca dal tunnel, il boato è assordante. Sognano di vincere con un suo gol. Il romanticismo, anche se a volte non ce lo ricordiamo, l’hanno inventato loro.
