La traiettoria di Ciro Immobile, dai fallimenti all’estero a capopopolo laziale

Ciro_Immobile_2014Controllo nello stretto. Accelerazione. Dribbling di esterno e diagonale fulmineo. Tutto in pochi metri, tutto col destro. Una meraviglia firmata Ciro Immobile, la fotografia di un inizio di stagione da dominatore. Dodicesima rete in dieci partite, otto in campionato. Stesse cifre di Messi e Dybala. Numeri incredibili che dicono tanto, ma non tutto. “Non ci sono più aggettivi per Ciro”, ha detto Simone Inzaghi dopo la vittoria di Verona. Una frase che racchiude il valore che ha l’attaccante per la Lazio. Statistiche da sogno, ma soprattutto un atteggiamento da leader. Finalizzatore e trascinatore. Il primo a rincorrere, l’ultimo a mollare. Era stato così anche contro il Napoli. Una sconfitta dolorosa, nel risultato e negli infortuni. Squadra decimata, la necessità di rialzarsi subito.

Nessun problema, ci pensa Ciro. Due gol e un assist per Marusic. Il terzo dall’inizio del campionato. I numeri non dicono tutto, ok, ma sulle 13 reti segnate dalla Lazio nelle prime 6 partite, c’è lo zampino di Immobile in 11 occasioni. Impressionante. A settembre. La conferma dopo un’ottima stagione, una consacrazione definitiva a 27 anni, l’età della maturità. Una scommessa vinta dalla Lazio che due estati fa, dopo il tempestoso dietrofront di Bielsa, lo aveva scelto per sostituire Miro Klose, in campo e nel cuore dei tifosi. Ciro ci è riuscito a suon di reti gonfiate e magliette sudate. Ci è riuscito creando un legame speciale con l’allenatore arrivato in extremis al posto del Loco. Simone Inzaghi ha responsabilizzato da subito Immobile. Ciro non aspettava altro. Veniva dai fallimenti all’estero, prima a Dortmund, poi a Siviglia, e da una mezza stagione in chiaroscuro a Torino. Aveva bisogno di sentirsi importante e in poco più di un anno è diventato un capopopolo.

Con la partita di Verona ha raggiunto le 49 presenze con la Lazio. Una in più rispetto a quelle col Torino. È la sua maglia più indossata in carriera, quella con cui vuole diventare un top player e, forse, una bandiera. Ne ha fatta di strada dai tempi di Torre Annunziata, da quando i dirigenti del Sorrento gli pagavano la Circumvesuviana per averlo con loro. Era un bambino e ancora non s’immaginava come Ciro il Grande. Nel suo viaggio ha fatto soste brevi in ogni tappa. Adesso Roma è casa sua. E magari non pensa più a tornare nei luoghi dov’è cresciuto. Nella “sua” Napoli, nella squadra che gli ha sempre fatto battere il cuore e che ora vola a punteggio pieno. Mercoledì scorso non è riuscito neanche lui a fermarne la corsa.

Ci ha provato ma non ce l’ha fatta neanche la SPAL di Schiattarella, nativo di Mugnano di Napoli, al primo gol in serie A. Gli ha risposto subito Insigne, vanificando tutto. Napoletani in gol, come il caivanese D’Ambrosio per l’Inter. O come Mandragora, ragazzo di Scampia. Un’altra prima volta, bellissima, in Crotone-Benevento. Scugnizzi più o meno abituati a queste gioie. Ciro li guarda tutti dall’alto. Alfiere del gol napoletano nella Capitale. Ne ha già fatti 37 da quando è arrivato. Il biancoceleste è il suo azzurro. Senza dimenticare l’altra maglia azzurra. Quella che Ventura gli metterà addosso. A Torino lo ha lanciato lui, ora chiede in cambio un biglietto per la Russia. Convinto anche lui che con un Immobile così, i playoff fanno meno paura.

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