Giorgio Napolitano, il comunista che si fece re per salvare la repubblica

Giorgio Napolitano, l'unico Presidente rieletto

Giorgio Napolitano, l’unico Presidente rieletto

Nella primavera del 2006 l’Italia è chiamata di nuovo alle urne. I risultati poco lusinghieri del governo Berlusconi lasciano pensare a una facile affermazione del centrosinistra, guidato come dieci anni prima da Romano Prodi. Ma una scintillante campagna elettorale dell’ex Cavaliere permette a Forza Italia e soci di azzerare negli ultimi giorni il distacco.

Si vota nell’ultima settimana di aprile e il risultato è un testa a testa avvincente fra le due coalizioni. Solo grazie al voto degli italiani all’estero, il centrosinistra ottiene una strettissima vittoria. Sono solo 24 mila i voti di distanza fra i due schieramenti. Formalmente vince Prodi, ma nella sostanza è un pareggio. Anche perché la rinnovata la nuova legge elettorale, ribattezzata “porcellum” dal suo stesso estensore, il leghista Roberto Calderoli, determina una maggioranza solida solo alla Camera. In Senato l’Unione, riedizione dell’Ulivo del ’96, ha solo un paio di seggi di vantaggio. E due settimane dopo l’inizio della legislatura, è già il momento di scegliere il nuovo inquilino del Quirinale.

Berlusconi ha un nome pronto. Gianni Letta, suo eterno braccio destro è il candidato della folta pattuglia di centrodestra. Il magnate di Arcore ritiene che la sua elezione costituisca un doveroso atto di risarcimento istituzionale, dopo il testa a testa delle Politiche. La logica è: “a noi il Quirinale, a voi Palazzo Chigi”. Ma a sinistra non la pensano allo stesso modo. Il nome di Letta viene considerato irricevibile. Memori delle frizioni con Scalfaro e Ciampi e consapevoli della precarietà della propria maggioranza, gli esponenti dell’Unione temono che accettare la proposta di Forza Italia equivalga a mettere il Paese nelle mani di Berlusconi.

Occorre però trovare un nome alternativo. E Massimo D’Alema, primo ex comunista a sedersi a Palazzo Chigi, punta su un altro ex membro del Pci: Giorgio Napolitano. Al quarto scrutinio, con una votazione che rispecchia la spaccatura del Parlamento, i giochi sono fatti: Napolitano è l’undicesimo Presidente della Repubblica. La sua carriera politica rispecchia i valori che caratterizzeranno la sua prolungata esperienza al Quirinale.

Laureato in giurisprudenza, messe da parte le velleità artistiche giovanili, Napolitano è un comunista sui generis. Fin dagli anni ’60 sceglie la militanza nell’ala destra del partito. Quella dominata da un altro Giorgio, il corpulento romano Amendola. Che lo prende sotto la sua ala, sicuro di aver trovato in quel longilineo ragazzo napoletano il suo delfino. Stanno sempre insieme. I militanti li distinguono per stazza: Giorgio “o’ sicco” e Giorgio “o’ chiatto”.

Napolitano con Enrico Berlinguer

Napolitano con Enrico Berlinguer

Col passare degli anni Napolitano accentua il distacco dall’Unione Sovietica. La sua ferma condanna all’invasione in Afghanistan è l’anticamera di un rapporto molto teso col segretario Enrico Berlinguer, colpevole, a detta di Napolitano, di una strategia isolazionista poco fruttuosa. Il delfino di Amendola vorrebbe invece una sinistra capace di ricalcare le socialdemocrazie europee, un partito capace di fare blocco unico coi socialisti per dare vita a un percorso di riforme condiviso. Non è ancora il Napolitano delle larghe intese, ma questa mentalità postideologica già nella Prima Repubblica, dice già tanto sulle sue scelte da Presidente.

Al Quirinale inizia timidamente, ribadendo a più riprese di voler essere solo “il garante della Costituzione”. Non vuole essere tirato in ballo nel processo legislativo. Quello spetta a governi e organi parlamentari. Tuttavia la costante precarietà della situazione politica gli impone una vigilanza costante. I suoi moniti sono proverbiali, così come il rispetto del proprio ruolo. In un’accezione, talvolta fin troppo timida. Firma il lodo Alfano e lo scudo fiscale del nuovo governo Berlusconi del 2008. Dice di non avere altra scelta, ma in realtà potrebbe inviare messaggi motivati e rimandarli almeno una volta indietro.

Avvia invece strane procedure extracostituzionali come quando invia pareri preventivi al governo su decreti non ancora varati, come nel caso Englaro e sulla legge-bavaglio. Teoricamente non farebbe parte delle sue prerogative, ma sulla scia di un altissimo gradimento popolare, si sente investito di un potere persuasivo che diventa via via più incisivo.

Novembre 2011, giuramento del governo Monti

Novembre 2011, giuramento del governo Monti

Fino ad arrivare al 2011, quando preso atto dell’inconsistenza del governo di centrodestra nel rispondere alla grave crisi economica occidentale, decide, con una spericolata azione istituzionale, di mettere l’Italia nelle mani di un esperto economista: Mario Monti. Lo nomina prima senatore a vita e pochi giorni dopo gli dà l’incarico di formare un governo di “professori” che risollevino la pagella del Paese. Un esperimento che non dà i frutti sperati e che inizia a scalfire il granitico consenso popolare di cui gode. La classe politica, inizialmente ligia di fronte alle lezioni del corpo docente, preme per riprendere il proprio ruolo di guida.

Nel febbraio 2013 in coincidenza con la fine del settennato di Napolitano, l’Italia torna alle urne per decidere a chi affidare la ripresa. Ne esce un quasi ex aequo fra Pd, Forza Italia e il neonato MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Lo stallo di sette anni prima si ripropone e diventa ancor più drammatico nei giorni delle elezioni presidenziali. Il Paese non ha ancora né una maggioranza definita, né un nuovo governo. E lì si consuma lo psicodramma del Partito Democratico che brucia in rapida successione le candidature di Franco Marini e Romano Prodi. I 101 dissidenti interni che impallinano l’ex segretario portano alla clamorosa rielezione di Giorgio Napolitano.

“Sono stato costretto ad accettare per senso delle istituzioni”, afferma. E nel nuovo discorso di insediamento, sferra un attacco frontale a una classe dirigente incapace di trovare una guida. Alla soglia dei 90 anni, Napolitano si ritrova a fare da badante a schieramenti che non dialogano. Da questa consapevolezza nasce l’idea di un governo condiviso che faccia almeno le riforme più urgenti per il Paese. Dopo il fallimento di Bersani, mette il governo delle larghe intese nelle mani del democratico pisano Enrico Letta, nipote del Gianni vicino a Berlusconi. Un tentativo di galleggiare in un mare in tempesta. Dura poco.

Matteo Renzi e Giorgio Napolitano

Matteo Renzi e Giorgio Napolitano

All’orizzonte c’è un altro toscano, un ruspante 39 enne che gode di un consenso trasversale. Si chiama Matteo Renzi, dal dicembre 2013 è il nuovo segretario del Pd e a febbraio, dopo una lunga cena al Quirinale, si ritrova in mano le chiavi dell’Italia.

Gli ultimi mesi del mandato di Napolitano sono sporcati dalla sua presunta omertà sulla mai chiarita trattativa Stato-Mafia del ’92. I magistrati entrano al Quirinale per interrogarlo come persona informata sui fatti. Il gradimento popolare di pochi anni fa è solo un ricordo. Un finale amaro, probabilmente frutto di un’eccessiva attesa sulla sua figura. Come appariva ingiustificato l’eccessivo consenso registrato fino al 2011, sembra altrettanto ingeneroso il tiro al bersaglio nei confronti di un uomo che ha forse ecceduto nel cercare soluzioni di fronte all’inerme classe politica, ma che è stato troppe volte chiamato a farlo.

Napolitano e Umberto di Savoia

Napolitano e Umberto di Savoia

Il peso politico della sua presidenza è il segno più emblematico del pessimo stato della nostra democrazia rappresentativa. Se ne va con l’accusa di essersi comportato come un sovrano in epoca repubblicana. Lo chiamano beffardamente “Re Giorgio”. Proprio lui, da sempre sosia del Luogotenente Umberto. L’ultimo vero monarca.

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