Il male in campo. Da Marco Pannella a Marco Russ

20121216_pannella

Giacinto Marco Pannella, morto giovedì 19 maggio all’età di 86 anni

Alla fine Marco se n’è andato. Aveva 86 anni, vissuti da Pannella. Giacinto, il suo primo nome, quello che i genitori gli avevano attribuito all’alba degli anni ’30 a Teramo, non lo identificava più da decenni. Era il nome di uno zio, noto teologo e sacerdote. Da quell’eredità onomastica si era “smarcato” rumorosamente, facendo dell’anticlericalismo una delle sue tante bandiere. Dietro ai suoi vessilli si erano uniti peccatori erranti e borghesi in cerca di redenzione, tossici e pentiti di vario genere, dai reati, ai matrimoni, alle gravidanze. Aveva due tumori, uno ai polmoni e l’altro al fegato. Facevano a gara a chi l’avrebbe fatto fuori per primo. Uno dei due ha vinto e tutti hanno perso uno dei più grandi protagonisti del ‘900. Era normale che succedesse. Altan ha scritto che forse non è morto davvero, “ha solo iniziato uno sciopero della vita”.

Se n’è andato a 86 anni, fumando due pacchetti di Gauloises fino all’ultimo respiro. Se n’è andato così, dopo aver ricacciato nella palude migliaia di coccodrilli pronti da mesi. L’ultima resistenza serena di un’esistenza vorticosa. Pannella si era sempre battuto. Per quasi tutti contro quasi tutti. Per la libertà di sbagliare, di cambiare radicalmente lo scenario della propria vita senza doversi scusare con nessuno. Essere radicali, lontano dal radicalismo delle ideologie. Sempre nella stessa squadra, cambiando simboli e compagni di viaggio, ma rimanendo fragorosamente se stesso. Questa volta non ha lottato più di tanto. Il suo corpo, vilipeso e allo stesso tempo elevato a icona, si è arreso. È normale, a quell’età, dopo una vita straordinaria. Così è morto il difensore degli ultimi.

Unknown

Marco Russ, classe 1986, difensore dell’Eintracht Francoforte

Marco Russ invece non ha ancora trent’anni. Non fuma e non si batte per i diritti civili. È il difensore dei terz’ultimi della Bundesliga, l’Eintracht Francoforte. Ha sempre giocato lì, a parte una trascurabile e rapida esperienza al Wolfsburg. Non ha mai fatto uno sciopero della fame, nè un comizio. Anche lui fino a una settimana fa sapeva di dover lottare per salvarsi. Pensava che l’avversario fosse il Norimberga, terzo nella Zweite Liga, la serie B tedesca. In Germania, fanno così per stabilire l’ultimo posto in Bundesliga: terz’ultimi contro terzi, due categorie contro in un playoff. Andata e ritorno, Paradiso o Inferno.

Marco pensava che l’inferno fosse una retrocessione. Salvarsi dalla B. E lui è il capitano, l’uomo cui tutti guardano per uscire da un tunnel lungo 180 minuti, prima a Francoforte, poi a Norimberga. Ma pochi giorni prima della gara di andata, il difensore viene informato che c’è un’altra galleria ad aspettarlo. È stato trovato positivo all’antidoping il 30 aprile scorso dopo Darmstadt-Eintracht. Una gara vinta 2-1 in rimonta. Se lo ricorda quel giorno: era stanco, felice e tranquillo. Non aveva sostanze proibite da nascondere. E allora com’è possibile che sia positivo al doping? I risultati delle sue analisi danno valori folli. Un livello altissimo di Hcg, l’ormone della crescita. Troppo alto per essere doping. “Può essere qualcosa di peggio”, avvertono i medici. Le visite successive dicono che “quel qualcosa di peggio” è ciò che temevano. È un tumore ai testicoli. Marco Russ, capitano dell’Eintracht Francoforte, 29 anni e due figli, adesso sa da cosa deve salvarsi.

Dubito che il Marco di Francoforte abbia letto nelle scorse settimane una delle ultime interviste rilasciate dal Marco di Teramo. Il leader radicale sosteneva di continuare con la sua vita di sempre. “I tumori su di me non hanno effetto”, diceva Pannella a Emiliano Liuzzi. Un colpo al cuore avrebbe invece portato via, pochi giorni dopo, il suo intervistatore. Un giocatore come Russ sarebbe piaciuto al livornese Liuzzi: arcigno e tignoso come la gente della sua terra. Attaccato alla maglia e alla professione, nella buona e nella cattiva sorte. Non l’ha letta Russ quella pagina del Fatto Quotidiano, ma si comporta come se l’avesse fatto.

images-2

Russ è capitano dell’Eintracht dal 2013

“I tumori su di me non hanno effetto”. Pannella raccontava una bugia, ma non del tutto. Il male, così invasivo e presente sul corpo, non doveva distoglierlo dagli obiettivi di una vita. Non doveva cambiare abitudini e attitudini. E fino alla fine ha giocato la sua partita. A Francoforte, mercoledì 18 maggio, un ragazzo più giovane di oltre mezzo secolo, col suo stesso nome e il suo identico avversario, decideva di non lasciarsi vincere. “Sto bene, posso giocare”, dice Russ a mister Nico Kovac, il suo allenatore. “Dobbiamo salvarci, voglio aiutare la squadra”. È quel “noi” che può salvarlo, in realtà. Quella voglia di continuare a mettersi il parastinchi, allacciarsi gli scarpini, fare uno scherzo al compagno accanto in spogliatoio. È il desiderio di non ricevere pacche sulle spalle e di non trovare volti commiserevoli. Marco vuole scendere in campo. La federazione, viste le straordinarie circostanze, non l’ha sospeso per la positività all’antidoping. All’Eintracht sono tutti d’accordo: il capitano gioca.

Unknown-1“I tumori su di me non hanno effetto”. Forse lo pensava davvero Marco Pannella nella sua casa di via della Panetteria, ma giovedì 19, alle 14:02, viene definitivamente smentito. Mancano sei ore alla partita della Commerzbank Arena di Francoforte. Russ è nella sua camera e pensa a che effetto gli farà entrare nel suo stadio per quella che potrebbe essere…no, questo non vuole pensarlo. Ma ci pensa, perché sarà anche un duro ma è pur sempre un uomo. Tutta la sicurezza che ha mostrato e trasmesso ai suoi compagni è lo scudo dietro al quale si nasconde. Quello che gli passa per la testa deve avere le sembianze di guerre stellari. Ma questo gli altri non possono né devono vederlo. Lo aspettano 50 mila tifosi là fuori. Hanno preparato uno striscione. C’è scritto: “Marco, lottare e vincere”. Sbrigativi, concisi. Tedeschi. Lo spread con il lirismo mediterraneo è evidente, ma quando il capitano sbuca dal tunnel, il boato è assordante. Sognano di vincere con un suo gol. Il romanticismo, anche se a volte non ce lo ricordiamo, l’hanno inventato loro.

Sarebbe una bella favola se la rete salvezza arrivasse proprio dall’uomo che dovrà salvarsi, ma Disney non passava da Francoforte quella sera. Anzi. Minuto 43 del primo tempo: un cross dalla trequarti di Sebastian Kerk, mancino del Norimberga, attraversa l’area dell’Eintracht. Vanno tutti a vuoto. Tutti tranne Marco Russ, che di destro infila il portiere. Il suo. Autogol. Le telecamere indugiano sul capitano dei padroni di casa. Chissà se vede e sente quello che succede intorno a lui. Fa per portarsi le mani sul volto, ma non finisce il gesto. Lo fanno i compagni accanto a lui, increduli, scioccati, sani. Marco ha sbagliato e lo sanno tutti. Lo sa anche lui. Nessuno lo rimprovera. È stato un eccesso di generosità, un autogol “radicale”. Intento lodevole, risultato da dimenticare. Il suo omonimo da lassù potrebbe raccontargliene di esperienze simili, di autoreti elettorali e di scelte sbagliate.

                                       Le azioni salienti della gara di andata Eintracht-Norimberga

Russ è frastornato, ma rientra in campo nella ripresa. Vorrebbe spaccare il mondo. Accelera, ma ha i freni rotti. Al 56′ cerca l’azione personale. Caparbia e sgangherata: un ritratto della sua vita da 48 ore. Perde palla e commette un duro fallo su Hanno Behrens, mediano avversario. Tutto troppo veloce per chi ha troppe cose a cui pensare. Chissà se si ricorda che era diffidato mentre l’arbitro gli sventola il cartellino giallo. Chissà cosa grida quando va a un centimetro dal naso del signor Daniel Siebert, 32 anni, professione studente. Lunedì 23 maggio, Russ non potrà giocare a Norimberga la gara di ritorno. Forse non avrebbe potuto farlo lo stesso. I medici avevano deciso di posticipare l’operazione al massimo a martedì 24. Magari li avrebbe convinti a spostarla ancora un paio di giorni. O forse aveva già deciso che non era più tempo per inseguire il pallone. Da guerriero è andato in battaglia, ma un padre di famiglia non può perdere la guerra.

Marco Russ

Marco Russ a fine partita con i due figli

images

L’abbraccio tra Russ e Gacinovic

Alla fine comunque non perde neanche l’Eintracht. Il pareggio lo sigla Mijat Gacinovic. È il suo primo gol con la maglia dei rossoneri di Francoforte. L’ha indossata per 400 minuti in tutta la sua vita. Russ per oltre 21 mila. Quando l’arbitra fischia la fine, Marco non sa se ci saranno altri secondi per lui con quella divisa addosso. Non piange. Difficile che lo faccia un tedesco. Condivide e  sorride, perché una serena resistenza al male passa anche per la condivisione di attimi con le persone amate. Matteo Angioli e Laura Hurt sono stati gli angeli custodi di Pannella nei momenti di sofferenza più intima. Quelli di Marco Russ sono piccoli, inconsapevoli e biondissimi. I suoi figli, che lo accompagnano in uno struggente cammino verso gli spogliatoi. Ci saranno anche martedì fuori dalla sala operatoria, quando loro padre non avrà intorno 50 mila tifosi. E forse sarà retrocesso o doppiamente salvo.

Ma lotterà per tornare a “calpestare nuove aiuole”. Come il signor Hood, il Marco di Teramo, che lassù starà già combinando qualche casino.

                   Signor Hood di Francesco de Gregori. Dedicata a Marco Pannella. Era il 1975.

Leicester, my Disneyland

IMG_7976

Jamie Vardy’s lookalike and me outside the stadium. His real name is Lee Chapman and he’s a postman

 

I tried. I travelled the 1,300 miles that separate Rome from Leicester imagining what I would find. I put my pen and notebook into my backpack determined to write a report on the miracle of Leicester City. I swear I tried. I tried to be a professional journalist. I tried, but I was overwhelmed. I didn’t make any written notes, just a tide of Post-it notes written on my heart and in my eyes. I thought I was going to Leicester but found myself in Woodstock. Yes, because for my generation, for those who have always dreamt of the improbable overtaking logic, this Saturday in May in the East Midlands will always be remembered as the day the world was turned on its head. Everyone danced, sang and laughed out loud at this party of all parties. People of all races, all nationalities and all ages came together to celebrate the eternal losers who were suddenly projected onto the winner’s podium. A sea of people who climbed on the most absurd and unlikely bandwagon football has ever seen.

IMG_8107

Smiling fans waiting to enter the stadium

 

There are no issues here in Leicester. Everyone supports their club as they have for years. In this ‘middle earth’ everybody needs everyone and integration is a must. This middle earth does not feel like a ‘Mafia capitale’, even though everybody calls Claudio Ranieri ‘The Godfather’. This is the football capital of the people and for romance. This is the place where fear does not exist. In a city of about 300,000 inhabitants, only 45% are white. Being black, white or Asian in Leicester makes no difference. All skin colours are lost in the blue of the Foxes.

“Where are you from?” asks Robert, an English teacher living in Cambridge I met on the 158, the bus that goes to Leicester from Earl Shilton. It is the birthplace of Robert and also the only accommodation I could find in a 20-mile radius of Leicester. From 9:30 am on Saturday 7 May, we will spend the whole day together. He will be my guide on my personal vigil in this unexpected footballing paradise.

IMG_7977

Robert Coe, my guide in Leicester

 

He has dreamed of this day since he was born. He can not explain what has happened, because no one here could even have conceived of such a story. But here was history in the making, a stone’s throw from Nottingham, until now the most famous city in the East Midlands. A few months ago he used to answer ‘Leicester’, to someone asking ‘Where are you from?’ However he also used to add, ‘close to Nottingham’, to make it clearer. Now he wants to share the excitement of being at the centre of the world. I let myself be guided towards the stadium. Seven hours before the match, we do not have tickets, but we do not care. Maybe we will find them, maybe not. We go on a pilgrimage, we are the daydreamers. Actually there were five days of daydreaming that we will share with everyone here since Hazard stopped Tottenham’s challenge and presented the trophy to Leicester.

IMG_7997

Lee Jobber, life-long Leicester fan, better known as Lee “the drummer”

 

We meet Lee Jobber, probably the most famous Leicester fan in the world. A gentle giant with dozens of tattoos dedicated to the Foxes. He’s been watching Leicester since he was 4 years old. Today, he is 36, and since 2003 has been the official drummer at the stadium. Away from the stadium he is a support teacher for disabled children in local schools. Both he and Robert, unlike many of their fellow citizens, have never supported a more prestigious club. Even in 2009 when the champions of today faced Yeovil in League One, the third tier of English professional football.

They hug each other and smile. Rob then asks him where he was on Monday, the day of their jubilant triumph. Lee tells him and Robert breaks down and cries. A serious English teacher in tears when recalling their greatest triumph. “Comparable only to the birth of my son”, he said, quickly wiping his eyes. It has the decency of an adult and the candour of a child. I understand him. He asks who these Italians are, arriving in ten coaches. “They are the last romantics, Rob. Those accustomed to more lows than highs. Look at them, none of them have the shirt of Juve. They have those of Bari, Parma, Padova, Reggina. Fans from football’s outskirts on a day out.

IMG_7921

A group of Italian fans in Leicester

 

Vardy and Mahrez had been identified as the outcasts of football. Vardy is Leicester’s top scorer who came from the lower leagues and a few years ago was playing with an electronic tag as a result of defending a disabled friend. Italian fans are crazy for Mahrez, an Algerian that cost £400,000 two years ago. He came from Le Havre and was a substitute in Leicester’s promotion to the Premier League. Today, he is worth 100 times more and has been crowned PFA Player of the Year. Not only Vardy and Mahrez, but also Drinkwater and Kante, Okazaki and Ulloa, Morgan and Huth. Demigods and heroes. Common guys like many others, but special like none before

But to transport a convoy of buses from Italy (and many private cars and flights) it needs a special connection. “Ranieri, oh oh, Ranieri, oh oh oh. He came from Italy, to manage the City,” sings the tricolor army of a multitude of replica shirts to the leader who, at the age of 64 years, came to the port in a makeshift vessel. He has crossed a thousand seas and often foundered. However he always found a new crew and finally reached the promised land. The idiom ‘Always the bridesmaid, never the bride’ was often said about him in England. Leicester too, used to be the bridesmaid at weddings. Now Claudio and Leicester have got married! Robert said that local families have begun to call newborns Claudio. “What a beautiful name,” he says. Robert nods. People continue to flock to the stadium. We start singing, attracted by a gospel choir that sings to the fans, invoking their gods. The King Power Stadium is their church. The faithful count down the minutes. Still four hours to go to Mass.

IMG_8055

 

We have time to talk, so I tell Rob that last night I had dinner where Ranieri and his team celebrated their first clean sheet. That happened in October when Leicester was sleeping its dreamless sleep. The manager wanted to show his quintessential Italian style: neither getting beaten, nor taking himself too seriously. The place is called Peter pizzeria, and a margherita prepared by Mauro Altieri from Nola is a Champions League pizza. At the table next to me was Paolo Benetti, deputy to Claudio Ranieri. He is there with friends so I don’t want to interrupt but we meet later at the exit. The fan and the journalist were fighting about what to ask, but the supporter won: “Thanks Paolo, thank you very much. It’s been an exciting year.” He thanked me and then we started talking, but this will be the subject of a next piece.

IMG_7945

Mauro Altieri and Assan El-Oualidi, the Italian duo of Peter pizzeria

 

Three hundred yards away, two guys from Piemonte run an ice-cream shop. They started their business in the summer of 2014, one year before Ranieri arrived in Leicester. Daniele Taverna and Antonio De Vecchi, who are also life partners, conquered Leicester before Ranieri did. “Ranieri is a very nice guy. At the beginning, he often came here. Later on, he could not walk freely downtown. However, we know his assistants still buy ice-cream for him,” says Daniel, a former electrician. “Okazaki is our top client. He is mad about our ice-cream”. Gelato Village is rising in Tripadvisor rankings and thanks to Leicester City, it is sixth place in Britain’s ice-cream shop rankings.

gelati

Daniele Taverna and Antonio De Vecchi, the Piedmont-born partners of Gelato Village

IMG_8178

Free samosas

Robert does not know it, but we will go to the stadium soon. For the moment we fill our stomachs with samosas, handed out free in the hundreds by the local Sikh community. Then Rob hands me a tin of Tyskie: economic, Polish and light. As time goes by, Tyskies almost match the goals scored by Vardy. Around me, many people did the same. For this reason, patients admitted to the local hospital, most of them drunk, doubled that day. Nothing serious, however, the doctors were forced to choose Hippocrates, instead of Dyonisus.    

After a quick greeting and photos of arriving players, we start looking for tickets. In the days before, frightening figures were circulating to get access to the stadium. Thousands of pounds. Not so. Everyone hopes the Everton fans will arrive with tickets to sell. It is a surreal situation. Touts are illegal but in England, the tickets do not contain names and Robert and I are able to acquire two tickets for the away end. It’s raining and still 45 minutes to kick-off. I’m happy, especially for him. We get a little nervous while entering the area reserved for visiting supporters, but after a few cautious glances we realize that 70% of people around us are from Leicester. I’m not surprised. The Everton supporters come together with the whole stadium and they applaud Bocelli and join the party peacefully.

IMG_8182

Inside The King Power Stadium

 

The game is a walk in the park and Leicester win 3-1, with a brace from Vardy interspersed with a goal by Andy King. In the final few minutes Everton supporters cheer for a consolation goal by Mirallas.

Robert has changed places, a few steps below, to be closer to the home fans. To Italians it seems absurd, but in England, the two sets of fans are practically neighbours. Next to me in the meantime I meet Matt, who works in advertising. He whispered: “I am from Leicester, but I support Liverpool.” Everton fans could even tolerate Leicester fans celebrating by their side, but not him for sure! He seems more worried about supplies from the bar, so we drink a little Singha, the Thai beer which has the monopoly in the stadium. Matt wants to challenge me, convinced of his British superiority and proud of his beer belly. On our third beer, I see him stagger and make a grimace. “Respect,” he says before disappearing into the bathroom. I take this opportunity to get closer to Robert, who has tried in vain to call me. My i-phone died before Bocelli and Mahrez hit their high notes. I wouldn’t have liked to continue the party without him.

After the final whistle, another game starts. Three brave fans attempt a desperate race onto the pitch, fleeing the stewards, looking for ten seconds of fame. Judging by the way are blocked, the three will regret their courage for a long time.

It is time for Wes Morgan to lift the trophy to the sky. A trophy designed by a jeweller from Leicester, 52-year-old Paul Marsden. Here are the fireworks and streamers. Everyone chants an unlikely “champeones, champeones, ole, ole, ole”, a kind of neologism that not even Robert, who I address as a Cambridge professor, knows how to explain. Why they use this Latin chant, I’ll never know, but I find myself shouting it to the Leicester sky. When the linguistic divisions once again have logic, the fans deliver the classic and timeless “We are the champions”. I am trembling now, much more than ever before.

I will never forget Vichai Srivaddhanaprabha, the most ‘copy and pasted’ name in journalism, taking his victory lap. Seventeen letters meaning ‘light of progressive glory’, a honorary name Thai King Rama IX gave the Raksriaksorn family (their original name). Rama, the legendary king was crowned in 1946, six years before Queen Elizabeth. On his 70th year on the throne, he leads the triumphant lap, pictured in a vaguely kitsch portrait, behind Vichai and his son, whose King Power organisation monopolises duty-free at Thailand’s airports.

IMG_8005

Robert and Steve Walsh

 

Then the stadium is empty and the streets are filled with the incessant honking of car horns, flags being waved, spontaneous chanting and hugging of strangers. Robert gives a last look at the space where Filbert Street Stadium stood until 2003. It was a hundred yards away from where his club became champions. Here were the memories of his childhood. There was Steve Walsh, a hero from the 90’s. In the morning, when he met Walsh, his eyes shone. The people of Leicester dubbed him “Captain Fantastic”.

IMG_7974

The wasteland where the old stadium stood

 

This long-term fan has big memories and a big heart even when the Premier League champions is a present so bright, it seems to overwhelm everything else. He has not a shred of melancholy in his eyes, but only the knowledge of knowing how far Leicester have come, being surrounded by these car horns, the music of Champions, and fireworks on the pitch. Robert looks around and keeps on saying ‘What a day, what a day’. He resists from crying. Only ten hours ago, I did not know him. Now, I know something about him.

IMG_8180 

 

We head to downtown Leicester. On our way, we are surrounded by cars with joyful passengers, banners in Italian and plenty of celebrating with people walking around, whipped into a frenzy.

And the night continues, meeting new faces met on the street, like Duncan and Ken, my best friends for two hours in Les-tah clubs. I don’t even introduce myself as a journalist, but now it’s, “Hi, I’m Claudio, I come from Italy and I’m just a fan.” My memories are of more hugs, singing, flags, Italians looking for a late-night liason and Englishmen drinking every last drop.

As people begin to flood out of the clubs, a fan climbs the Clock Tower in the main square. Nobody understands why, but maybe it was the alcohol. He wanted to stop time and I think everyone hoped that we would.

I opened my eyes in Earl Shilton at 2.30pm. My flight to Italy was at 3pm. I have messages from Robert, so we know we are both still alive. Honestly, I can not say if I decided not to take the flight as I was lost in the party. Who cares? You can buy a ticket for another flight. You can not buy these memories, they will not come back again. Leicester, my dear, my Disneyland, I will never forget you.

(translated by Barbara Giambene and Robert Coe).

Leicester, la mia Disneyland

IMG_7976

Io e il sosia di Jamie Vardy fuori dallo stadio. Si chiama Lee Chapman e fa il postino.

Ci ho provato. Ho percorso i 2000 chilometri che separano Roma da Leicester immaginando quello che avrei trovato. Ho messo nello zaino block notes e penne convinto di realizzare un reportage sfaccettato sulla città del miracolo. Giuro che ci ho provato. Ho cercato di mettere avanti la mia professionalità, l’essere giornalista prima di tutto. Ci ho provato, ma sono stato travolto. Non ho appunti scritti, ma una marea di post-it sul cuore e negli occhi. Credevo di andare a Leicester e mi sono trovato a Woodstock. Sì, perché per la nostra generazione, per quelli che hanno sempre sognato l’improbabile sorpasso dell’irrazionalità sulla logica, questo sabato di maggio nelle East Midlands sarà sempre ricordato come il giorno in cui il mondo si è capovolto. Tutti hanno danzato, cantato e riso in questa festa. Tutte le etnie, tutte le età, gli sconfitti di sempre improvvisamente proiettati sul gradino più alto del podio. Una fiumana di persone salita sul più improbabile carro dei vincitori che il calcio abbia mai visto.

 

IMG_8107

Tifose prima di entrare allo stadio

Nessun problema, la gente di Leicester non fa scendere nessuno. Include, come fa da decenni. L’integrazione è sottintesa in questa terra di mezzo in cui ognuno ha bisogno dell’altro. Una “terra di mezzo” che non ha il sapore acre di Mafia capitale, anche se Claudio Ranieri è per tutti “The Godfather”. Questa è la capitale del calcio, del popolo e del romanticismo. Questo è il posto che temevamo non esistesse. Una città di circa 300 mila abitanti, con solo il 45% di bianchi europei. Sikh o pakistani, gialli o neri, a Leicester non fa differenza. Tutti i colori si perdono nel blu delle Foxes. “Where are you from?”, mi chiede Robert, insegnante di inglese per stranieri a Cambridge. Lo incontro sul 158, il pullman che porta a Leicester da Earl Shilton, un piccolo paesino della provincia. È il luogo di nascita di Robert e anche l’unico alloggio che ho trovato nel raggio di 30 chilometri. Sono le 9 e mezzo di sabato 7 maggio. Passeremo tutta la giornata insieme. Sarà il mio Virgilio in questo Paradiso improvvisato.

 

IMG_7977

Robert Coe, la mia guida a Leicester

Sognava questo giorno da quando è nato. Non lo aspettava, perché nessuno qui poteva davvero pensare di vivere una storia così. E invece eccola la Storia, proprio qui a due passi da Nottingham, la più famosa città dei dintorni. Pochi mesi fa, quando gli chiedevano “where are you from” rispondeva Leicester. Poi, per farsi capire, aggiungeva “close to Nottingham”. Adesso vuole condividere l’emozione di essere al centro del mondo. E io mi lascio guidare verso lo stadio. Mancano 7 ore alla partita, non abbiamo i biglietti, ma non importa. Forse li troveremo, forse no. Andiamo in pellegrinaggio, sonnambuli di un sogno collettivo che va avanti da 5 giorni. Da quando Hazard ha stoppato la rincorsa del Tottenham e regalato la certezza del titolo.

 

IMG_7997

Lee Jobber, tifoso del Leicester da sempre, conosciuto ovunque come Lee “the drummer”

Incontriamo Lee Jobber, il tifoso del Leicester più famoso al mondo. Il gigante buono per eccellenza, decine di tatuaggi sul corpo dedicati alle Foxes. Vede tutte le loro partite da quando aveva 4 anni. Oggi ne ha 36 e dal 2003  suona il tamburo allo stadio. Lontano dagli spalti, fa l’insegnante di sostegno per bambini disabili nelle scuole locali. Sia lui che Robert, a differenza di tanto loro concittadini, non hanno mai tifato anche per un club più prestigioso. Neanche nel 2009, quando i campioni di oggi affrontavano lo Yovile in League One, la terza serie. La nostra Lega Pro.

 

 

IMG_7921

Un gruppo di italiani in giro a Leicester già da venerdì sera.

Si abbracciano e sorridono. Poi Rob gli chiede dov’era lunedì, il giorno del trionfo. Lee racconta, Robert scoppia a piangere. Un compassato professore d’inglese in lacrime nel ripensare alla sua gioia più grande. Paragonabile solo alla nascita di mio figlio, mi spiega, asciugandosi rapidamente gli occhi. Ha il pudore di un adulto e il candore di un bambino. Lo capisco e chi non lo capisce difficilmente capirà tante altre cose. Mi chiede chi sono questi italiani che arrivano con dieci pullman. Sono gli ultimi romantici, Rob, quelli abituati più ai bassi che agli alti. Guardali, nessuno di loro ha la maglia della Juve. Hanno quella del Bari, quella del Parma, del Padova, della Reggina. La periferia del calcio in gita fuori porta.

Unknown

Vardy e Mahrez, dall’ombra alla gloria in una stagione

Si sono immedesimati in questa squadra di reietti. Si sono rivisti in un capocannoniere che viene dalle serie minori e che pochi anni fa giocava col braccialetto elettronico alla caviglia per una rissa nata per difendere un amico disabile. Italiani impazziti per un algerino pagato 400mila sterline due anni prima. Veniva dal Le Havre e doveva essere un rinforzo per puntare alla promozione in Premier League. Oggi vale 100 volte di più e i giocatori del campionato lo hanno incoronato “best player of the year”. Vardy e Mahrez, ma anche Drinkwater e Kante, Okazaki e Ulloa, Morgan e Huth. Alfieri, semidei, eroi. Ragazzi come tanti, speciali come nessuno prima.

 

Unknown-1Ma per smuovere una carovana simile dall’Italia (e tanti mezzi privati) ci voleva una “connection” speciale. “Ranieri, oh oh, Ranieri, oh oh oh. He came from Italy, to manage this city”, canta l’esercito tricolore dalle mille divise. Le note di Nel blu dipinto di blu per un’ode al condottiero che a 64 anni arriva in porto con un vascello di fortuna. Ha solcato mille mari e spesso è naufragato.2016-05-08T112537Z_105708337_MT1ACI14373294_RTRMADP_3_SOCCER-ENGLAND-LEI-EVE-218-kltD-U150543964530HPI-620x349@Gazzetta-Web_articolo Ha sempre trovato un altro timone e un nuovo equipaggio. In viaggio, fino alla terra promessa.

Always the bridesmaid, never the bride, dicevano di lui

IMG_7926

Vestiti da sposa a Leicester

in Inghilterra. Una damigella che osserva la festa nuziale. Ora Leicester lo ha sposato e Robert dice che da qualche settimana le famiglie locali hanno iniziato a chiamare i neonati “Claudio”. “What a beautiful name”, ribatto. Robert annuisce. La gente continua ad affluire nei dintorni dello stadio. E inizia a cantare, trascinata da un gruppo gospel che intona i cori dei tifosi invocando i propri dei. Il King Power Stadium è la loro chiesa. I fedeli tengono il ritmo e contano i minuti. Alla messa vera e propria mancano ancora quattro ore.

 

IMG_7945

Mauro Altieri e Assan El-Oualidi, il duo italiano della Peter pizzeria

C’è tempo per parlare e racconto a Rob che la sera prima sono stato a mangiare nel locale in cui Ranieri portò la squadra a festeggiare la prima partita senza subire reti. Era ottobre, Leicester dormiva senza sognare. L’allenatore voleva dimostrare due facce del suo italian style: non prenderle e non prendersi troppo sul serio. Il posto si chiama Peter pizzeria, la margherita preparata da Mauro Altieri da Nola è da Champions League. Al tavolo accanto al mio, c’è Paolo Benetti, il vice di Claudio Ranieri. È lì con amici. Non lo disturbo. Poi, visto che finiamo quasi in contemporanea, all’uscita mi avvicino. Il tifoso e il giornalista combattono su cosa dire. Vince il primo: “Grazie Paolo, grazie davvero, è da un anno che mi emoziono grazie a voi”. Lui ringrazia me e poi ci mettiamo a parlare, ma questo sarà argomento di un prossimo pezzo.

gelati

Daniele Taverna e Antonio De Vecchi, la coppia piemontese del Gelato Village

A 300 metri da lì c’è anche una gelateria gestita da due piemontesi. L’hanno aperta nell’estate del 2014, un anno prima dell’arrivo di Ranieri. Si chiamano Daniele Taverna e Antonio De Vecchi, fanno coppia anche nella vita e hanno conquistato la città prima dell’allenatore romano. “Ranieri è una persona squisita, all’inizio veniva spesso, poi per lui è diventato più difficile camminare per Leicester. Ma sappiamo che si fa rifornire dai suoi collaboratori”, racconta Daniele, un perito elettrotecnico, ex dipendente Telecom che in Inghilterra ha lavorato anche come operaio di una nota ditta di patatine. “Okazaki è quello che viene più spesso, è innamorato del nostro gelato”. Non è il solo. Su Tripadvisor, “Gelato village” sta scalando tutte le classifiche. Venti mesi di vita e sesta migliore gelateria del Regno Unito.

IMG_8178

Senza commento

Robert non la conosce. Ma presto la proverà. Per il momento ci riempiamo lo stomaco con le samosas, una sorta di fagottino che un gruppo di indiani frigge e regala davanti allo stadio. Poi mi porge una lattina di Tyskie. Economica, polacca e leggera. All’inizio, perché col passare delle ore le Tyskie consumate si avvicineranno ai gol di Vardy in campionato. Accanto a me, in molti batteranno a fine serata il record di Nordahl: l’ospedale locale conterà infatti più del doppio dei ricoveri abituali. Quasi tutti per ubriachezza. Niente di grave. Peccato solo per i dottori che hanno dovuto preferire Ippocrate a Dioniso.

IMG_8182

Dopo un rapido saluto ai giocatori in arrivo, ci mettiamo alla ricerca dei tagliandi. Nei giorni precedenti circolavano cifre spaventose per l’accesso allo stadio. Migliaia di sterline. Non è così. La speranza di tutti è nell’arrivo dei tifosi dell’Everton. È una situazione surreale. La polizia finge di non vedere i capannelli che si formano all’arrivo dei mezzi da Liverpool. Il bagarinaggio è vietato, ma in Inghilterra i biglietti della squadra ospite non sono nominativi. Io e Robert riusciamo a farci “regalare” un biglietto a testa. Sta piovendo e mancano 45 minuti al fischio d’inizio. Sono felice, soprattutto per lui. Entriamo trafelati nel settore ospiti, ma dopo pochi sguardi circospetti ci rendiamo conto che il 70% delle persone intorno viene da Leicester. Se ne accorgono anche gli altri tifosi dell’Everton. Non ne sono stupiti. Applaudono Bocelli come il resto dello stadio e assistono alla festa senza alcuna animosità.

La partita è una passerella. Vince 3-1 il Leicester, con una doppietta di Vardy intervallata da un gol di Andy King. Nel finale i pochi sostenitori dell’Everton potranno esultare per la rete della bandiera di Mirallas. Robert ha cambiato posto, qualche gradino più sotto, per stare più vicino alla zona calda del pubblico di casa. Per noi sembra assurdo, ma in Inghilterra, i due settori sono praticamente confinanti. Accanto a me nel frattempo si è messo Matt. È un pubblicitario. A differenza di Robert, è di Leicester ma tifa per il Liverpool. Me lo dice piano, perché quelli dell’Everton sono tolleranti con gli avversari che vogliono far festa in casa loro, ma non certo con un rivale cittadino nella loro curva. Di vedere la partita non ne ha troppa voglia e si preoccupa più dei rifornimenti al bar. Ci beviamo un po’ di Singha, la birra thailandese che ha il monopolio della distribuzione negli impianti della Premier League. Matt vuole sfidarmi, convinto della superiorità britannica e della sua prominente pancia. Al terzo giro, lo vedo barcollare, fare una smorfia di stupore e porgere la mano: “Respect”, dice prima di sparire verso il bagno. Ne approfitto per riavvicinarmi a Robert, che mi aveva cercato al telefono invano. L’iphone si è spento prima  degli acuti di Bocelli e di Mahrez, mi sarebbe dispiaciuto non continuare la festa con lui.

images-8Dopo il triplice fischio, inizia un’altra partita, quella dei tifosi temerari che tentano la disperata corsa sul terreno di gioco. In fuga dagli steward, in cerca di dieci secondi di gridata libertà. A giudicare dal modo in cui vengono bloccati, i tre che ci riescono si pentiranno a lungo del loro coraggio. Sul campo è il momento della coppa alzata al cielo da Wes Morgan. Un trofeo disegnato proprio, scherzi di un anno incredibile proprio da un gioielliere di Leicester, il 52enne di Paul Marsden. Esplodono i fuochi d’artificio e schizzano le stelle filanti. Tutti gridano un improbabile “champeones, champeones, olè, olè”, una specie di neolingua che neanche Robert, cui mi rivolgo in veste di professore di Cambridge, sa spiegarmi. Perché cantano così non lo saprò mai, ma anch’io mi ritrovo a gridarlo al cielo di Leicester. Quando le divisioni linguistiche tornano ad avere una logica, gli altoparlanti diffondono un classico e intramontabile “We are the champions”. Da brividi, come sempre, molto più di sempre.

images-9

La dirigenza thai (da Getty images)

Indimenticabile anche il giro d’onore del presidente thailandese della squadra Vichai Srivaddhanaprabha, l’uomo che vanta il numero più alto di copia e incolla nella storia del giornalismo per il cognome acquisito di cui si fregia. Diciassette lettere che significano “Luce di gloria progressiva”, un titolo onorifico attribuito alla famiglia Raksriaksorn (il cognome originale) dal leggendario re thailandese Rama IX, in carica dal 1946, sei anni in più rispetto alla regina Elisabetta. E proprio il monarca al settantesimo anno di regno è stato inatteso protagonista del giro trionfale, esposto in un quadro vagamente kitsch alle spalle di Vichai e del figlio, monopolisti dei duty-free dello scalo di Bangkok con la loro King Power.

IMG_8005

Robert e Steve Walsh

Poi lo stadio si svuota e le strade si riempiono. Rumori di clacson incessanti. Bandiere al vento. Cori spontanei abbracciati a sconosciuti. Robert dà un ultimo sguardo al prato dove fino al 2003 sorgeva il Filbert Stadium. Era a cento metri da quello che lo ha visto diventare campione. Lì dentro c’erano i ricordi della sua infanzia. C’era Steve Walsh, la bandiera che negli anni ’90 lo ha emozionato. Al mattino, quando l’ha incontrato, gli brillavano gli occhi. La gente di Leicester lo ha ribattezzato “Captain Fantastic”.

IMG_7974

Il prato dove sorgeva il vecchio stadio

La memoria e il cuore di un “longtime fan” è grande anche quando un presente così luminoso sembra travolgere tutto. Non ha un briciolo di malinconia negli occhi, ma solo la consapevolezza di sapere quanta strada ha fatto il Leicester, suo figlio, per arrivare a quei clacson, alla musica della Champions, ai fuochi d’artificio in campo. Robert si guarda intorno e soffia. “What a day, what a day”. Non piange, ma si trattiene. Dieci ore prima non lo conoscevo, ora so di conoscerlo un pochino.

IMG_8180Ci buttiamo in centro, fra macchinate ignoranti, striscioni in italiano, persone che camminano su taxi che strombazzano festosi e incuranti. È un delirio di popolo. E la notte continua così, fra nuove facce incontrate per strada, come Duncan e Ken, miei migliori amici per due ore nei club di Les-tah. Ormai non mi presento neanche più come giornalista. “Hi, I’m Claudio, I come from Italy and I’m just a fan”. Qui i miei ricordi sono un lungo piano sequenza di abbracci, cori, bandiere, italiani a caccia della bomberata in zona Cesarini e inglesi in cerca dell’ultima goccia. Robert l’ho perso. Ho il telefono spento e nessuna probabilità di ritrovarlo. Il giorno dopo scopriremo di essere ancora vivi per telefono. Mentre la gente comincia a defluire, un tifoso si arrampica sulla colonna dell’orologio nella piazza principale. Nessuno capisce cosa voglia fare. Credo, ma forse era l’alcool, che volesse fermare il tempo. Penso ancora che tutti abbiano sperato che ci riuscisse. E sicuramente vado a letto con la convinzione che l’abbia fatto. Apro gli occhi e sono a Earl Shilton. Sono le 14:35. Il volo per l’Italia era alle 15. Non so se mentre mi perdevo nella festa avevo già deciso di perderlo. Chi se ne frega. I voli si ricomprano. Le emozioni non tornano. Leicester, mia Disneyland, non ti dimenticherò mai.