Un campionato di Formula 1 solo per donne. Genialità o idiozia? L’opinione di Giovanna Amati, ultima pilota donna in F1

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Bernie Ecclestone, 85 anni a ottobre

“Donna al volante, pericolo costante”, recita un vecchio adagio. Un detto che presto potrebbe essere riletto in “donna al volante, business eccitante”. Un campionato di Formula 1 solo femminile. È questa l’idea di Bernie Ecclestone, discusso padre-padrone del circus da oltre 30 anni. Classe 1930, il magnate inglese è abituato a far parlare di sé per idee originali, bizzarrie e stravaganze.

Un uomo certamente attento al pianeta femminile, sotto tutte le sfaccettature. Due divorzi alle spalle e la terza moglie sposata un paio d’anni fa: Fabiana Flosi, modella brasiliana conosciuta durante il gran premio del Brasile del 2009. Un matrimonio a 82 anni, quando era già bisnonno, con una ragazza di 46 anni più giovane. Una differenza che si attenua molto, guardando alla vitalità del vulcanico Bernie.

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Ecclestone con la terza moglie, la modella brasiliana Fabiana Flosi

La sua idea di una Formula rosa non è affatto un modo per riempire i box di signorine avvenenti. Di quelle, i paddock sono già ben forniti. Il proposito di Ecclestone è quello di allargare la platea di spettatori delle corse nei giorni che precedono il gran premio. Un campionato riservato alle donne da correre di sabato. Un modo per attirare nuovi sponsor ma anche per dare una risposta a tutte quelle che bussano alle porte della Formula 1, senza riuscire a trovare un ingaggio.

 

Susie Wolff, collaudatrice della Williams

Susie Wolff, collaudatrice della Williams

E come sempre, l’idea di Ecclestone ha fatto discutere. Le due donne attualmente più vicine a correre su una monoposto, Susie Wolff, collaudatrice della Williams e Carmen Jorda, quarta guida della Lotus, non hanno accolto con entusiasmo la proposta. Rifiutano l’idea di essere ghettizzate in una categoria speciale. “Vogliamo correre con gli uomini”, è il riassunto del loro pensiero. Ambizione da rispettare, ma da analizzare con attenzione.

Giovanna Amati, ex pilota della Brabham nel 1992

Giovanna Amati, ex pilota della Brabham nel 1992

Per farlo ci siamo rivolti a Giovanna Amati, ultima donna a correre in Formula 1. “L’idea di Ecclestone è geniale. La Wolff e la Jorda si fanno molte foto nei box, ma pochi chilometri in pista. Un campionato in cui mettersi alla prova con le monoposto più veloci farebbe comodo a tutte le donne pilota”, attacca la Amati, tre gare nel 1992 con la Brabham, pur senza riuscire a qualificarsi. “Era veramente una macchina ingovernabile. Spingevo, ma quell’auto non voleva saperne di andare”, ricorda la Amati, che venne poi sostituita da Damon Hill per poche gare, prima che i debiti finanziari della scuderia facessero sparire la Brabham dai circuiti.

La pilota romana non era certo una pivellina. Era arrivata in Formula Uno dopo una gavetta decennale, fatta di scuole di pilotaggio, kart, formula 3 e GP 2. “La chiamata della Brabham fu il coronamento di un lungo percorso. Queste ragazze che ora vogliono correre in Formula 1 non si rendono conto della fatica che serve per pilotare. Perché pilotare è molto diverso da guidare”.  E spiega il tutto con un episodio recente. “La Wolff, per esempio, ha un contratto per 4 giornate di prove con la Williams. Quando ha avuto l’occasione di andare in pista, a febbraio, per una serie di prove libere a Barcellona, ha avuto un incidente stupido con Felipe Nasr, pilota della Sauber. Si è giustificata dicendo di non averlo visto. Un chiaro sintomo di inesperienza. Del resto il suo curriculum è fatto di qualche stagione in Formula 3 e campionati nelle retrovie in Dtm. Un po’ poco per pretendere di essere scelta fra i migliori 18 piloti al mondo”.

E anche quello del numero minore di scuderie rispetto agli anni ’90 è un tema importante secondo Giovanna Amati. “Quando io fui scelta, c’erano 32 piloti. Sedici scuderie e quindi la possibilità di avere un’opportunità era maggiormente alla portata. Ora che il lotto si è ristretto, è sempre più difficile accedere alla Formula 1. E non solo per le donne”.

Carmen Jorda, quarta guida della Lotus

Carmen Jorda, quarta guida della Lotus

Ma ci sono donne che avrebbero i mezzi per entrare in quei magnifici 18? “Forse adesso no. Alcune sono molto brave, molto più delle mediatiche Wolff e Jorda, più impegnate sui set che in pista. Penso per esempio alla Visser, ventenne olandese già testata dalla Red Bull e alla svizzera De Silvestro, che si è fatta le ossa nelle corse americane. Ma il divario è ancora grande. Anche perché – insiste l’ex guida della Brabham – per correre spesso occorre uno sponsor. E chi si permette di puntare milioni di euro su persone con un’esperienza così limitata al volante?”.

Che ricordo ha di quel 1992? “Un caos pazzesco. I più intervistati eravamo io e Senna. L’ultima arrivata e il campione più grande. Ricordo che alla fine delle prove del sabato di Kyalami in Sudafrica, primo gran premio della stagione, venne a cercarmi dentro al box. Pensavo che fosse incazzato per qualcosa che avevo fatto in pista. I meccanici mi guardavano terrorizzati. Voleva solo complimentarsi e darmi il benvenuto, da grande uomo qual era. Ero popolare ma avrei barattato tutta quella visibilità per una macchina che corresse sul serio. Perché correre era ed è la mia passione, lo farei anche in un circuito senza nessuno. Proprio come avrebbe fatto Senna”.

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